Boardwalk Empire 4 – Recensione Telefilm

Anche per quest’anno si sono concluse le vicende di Nucky Thompson e della rutilante America del proibizionismo, con il consueto carosello di gangsters, sparatorie, lustrini e Charleston, ma con un finale malinconico che lascia l’amaro in bocca.
Patricia Arquette
Steve Buscemi si riconferma la luce più brillante del cabaret di Boardwalk Empire, un attore di gran classe, abilissimo nel ritrarre il suo Nucky sempre più travolto dalla sua stessa personalità e assorbito dal vuoto interiore che, se da un lato gli permette di superare la crisi che nella stagione passata lo aveva portato a perdere impero e matrimonio, lo lascia comunque sempre irrequieto e insoddisfatto; un Nucky titanico, insomma, che domina col suo viso segnato le scene in cui appare, coinvolto in un nuovo affare che, da Atlantic City, lo porterà nella soleggiata Tampa e tra le braccia di una nuova donna, l’ironica Sally. A prestare il viso a questa donna indurita dalla vita è una guest di eccezione, Patricia Arquette, perfetta controparte femminile di Buscemi.
Jack Huston
Ma le vicende di Nucky si riservano quasi una nicchia nelle 12 puntate di cui è composta la stagione. Uno spazio più ampio, infatti, è stato riservato all’approfondimento e all’evoluzione dei comprimari. Primo tra tutti Ely Thompson, l’inetto fratello del protagonista, da sempre vissuto nella sua ombra; ora lo troveremo diviso tra la fedeltà al fratello e il suo dovere di padre, nella vicenda più tormentata che lo abbia mai coinvolto. Continua ad evolversi anche Nelson Van Alden, l’ex agente del proibizionismo, che, suo malgrado, si ritroverà a scalare la piramide della malavita di Chicago al fianco dei Capone, dando vita a una serie di siparietti per lo più tragicomici, che lo rendono quasi un Fantozzi col fucile automatico. Ampio spazio è riservato anche a Gillian Darmody, che continuerà la discesa nel suo inferno personale fino all’amaro epilogo, influenzando anche l’enigmatico Richard Harrow, uno dei personaggi, a mio parere, più toccanti della serie e forse anche più riusciti, grazie all’interpretazione magistrale di Jack Huston, che riesce a esprimere attraverso silenzi e mormorii la personalità complessa di questo outsider.
Michaek K. Williams e Jeffrey Wright
Se Nucky viene quasi relegato in secondo piano, Atlantic City diventa il palcoscenico su cui si muove un altro comprimario assurto al ruolo di protagonista della stagione: Chalky White. Saranno infatti centrali nell’economia della serie le vicende che coinvolgono la comunità nera della città e più nel particolare quelle umane di Chalky. Accanto a lui Jeffrey Wright nei panni del mefistofelico Dr. Narcisse, subdolo falso messia, deciso a scalare la piramide sociale del malaffare, anche a scapito della sua stessa gente, pronto a sottrarre le redini del comando sia a Chalcky che a Nucky.
Concludendo Boardwalk Empire si riconferma una serie di altissima qualità, dall’ottima sceneggiatura, capace di tenere incollati allo schermo per i circa 50 minuti di cui ogni puntata è composta, senza cadere nei difetti di cui le serie corali sono piene, come buchi di sceneggiatura o soluzioni raffazzonate. Tutto è al suo posto come in un perfetto arazzo, i cui fili sono indipendenti gli uni dagli altri ma pur sempre legati insieme, senza lasciare nulla al caso, curando ogni dettaglio.
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Ciao ciao Misfits! I "disadattati" inglesi lasciano lo schermo

~*WARNING: possibili spoiler!*~

Dopo 4 anni, sta per giungere a termine un’altra serie tv inglese. Si parla di Misfits, la cui quinta ed ultima stagione che sta andando in onda ogni mercoledì sul canale britannico E4, mentre in Italia è ancora inedita (anche se dovrebbe cominciare a febbraio 2014 su Fox).

il gruppo originale
Questo telefilm è partito letteralmente col botto nel 2009, quando i protagonisti, un gruppo di ragazzi assegnati ai servizi sociali, vengono colpiti da un fulmine durante una strana tempesta che fornisce loro poteri sovrannaturali, come l’invisibilità, la lettura del pensiero o l’immortalità. “Sembra fantastico!” si può pensare, ma il fatto è che loro non sono stati gli unici ad esserne stati colpiti e per questo dovranno sopravvivere e risolvere diversi problemi, fra scene comiche e situazioni al limite dell’horror, fino al termine della loro condanna.
Obbiettivamente, non è una trama particolarmente originale e i personaggi sembrano i classici stereotipi dei ragazzi/delinquentelli, ma nonostante ciò si è riusciti a creare un telefilm davvero godibile che ha avuto da subito un grande seguito e molte critiche positive. Buona la caratterizzazione dei personaggi e il rapporto personalità-potere acquisito è un’idea davvero interessante. Inoltre è ben fatta la scelta del tema fra il divertente, lo stupido, il sarcastico e il dark che tiene ancora di più lo spettatore incollato alla tv a vedere come va avanti la storia, pur non essendo incredibilmente complessa né imprevedibile.

Perlomeno si parla delle prime tre stagioni, visto che la quarta è stata un po’ deludente, come dimostrato anche dal calo di ascolti, sia per la partenza di tutto il cast originale che per una certa involuzione per quanto riguarda la storyline. Infatti, dopo che Robert Sheehan aveva mollato il suo Nathan Young fra la seconda e la terza stagione ed era stato sostituito da Joe Gilgun nel ruolo di Rudy Wade, alla fine della terza anche Antonia Thomas (Alisha Daniels) e Iwan Rheon (Simon Bellamy) se ne vanno, seguiti da Lauren Socha (Kelly Bailey) e infine anche Nathan Stewart-Jarrett (Curtis Donovan) nella quarta. I “sostituti” non sono stati granché all’altezza, con personalità blande e poteri piuttosto banali, e le idee per la storia sono state scadenti, con certe scene davvero imbarazzanti e al limite dell’assurdo che, a differenza di quelle ben costruite nelle prime stagioni, sembrano davvero fuori luogo.

le nuove leve
È un peccato, comunque che le avventure di questi “disadattati” finiscano, visto che, probabilmente, un margine di miglioramento c’era, perciò si spera che questa quinta stagione, essendo anche l’ultima, possa aver rilanciato un po’ questo telefilm e che il finale, previsto in Inghilterra per metà dicembre, possa “lasciare qualcosa” di questa serie che, quasi come i protagonisti, anch’essa si è un po’ persa per strada, nonostante le ottime premesse.

Witches of East End – Recensione telefilm

In un periodo in cui se non ti barcameni tra i fornelli e non dai qualche ricetta non sei nessuno, Epì Paidèia non poteva essere da meno. Per oggi sarò la vostra Anna Camilla Parodi (forse meglio Ramsey) e vi presenterò un piatto alla moda, pensato per il genere femminile, principalmente per quelle ragazze, cresciute a pane, burro e Streghe con il gusto per il fantasy ma che non rinunciano alle romanticherie.

Prendete una matura attrice Hollywoodiana e mettetela a marinare in Una mamma per amica ma con un pizzico di poteri magici. Ora procuratevi due giovani ragazze che impersonino due stereotipi diversi della ragazza moderna, la disinibita e vivace con retrogusto romantico e la timidina ragazza della porta accanto 2.0 e spolverate con un po di glamour modaiolo, incorporate alla mamma di prima e aggiungete un pizzico di zia simpatica e adolescente fuori tempo massimo. Condite con altri poteri magici, meglio se tenuti nascosti e scoperti per caso e qualche piccola incomprensione familiare. 

Nessun piatto è perfetto senza le giuste spezie e niente da quel gusto piccante in più come un triangolo. Prendete due fratelli rigorosamente ricchi, fate in modo che uno sia il classico bravo ragazzo serio e che l’altro sia un mascellone ribelle un po’ pirata e un po’ poeta, uniteli alla prima sorella ed ecco a voi il perfetto condimento romance a base speziata.

A parte preparate un misterioso cattivo, meglio se dotato di effetti speciali da anni 90, aggiungete la giusta dose di omicidi, bamboline voodoo e simboli esoterici quanto basta. 

Ora unite tutto in un frullatore, amalgamate fino ad ottenere un composto non proprio fluido, con qualche momento wtf e qualche buco logico, spolverate con formule magiche nel latino di Harry Potter, flash back in costume, qualche colpo di scena e un po’ di mitologia che non guasta mai. Infornate per 10 episodi di circa 40 minuti l’uno e la nostra ricetta è pronta: un Harmony moderno, con tutti i clichè del genere, condito in salsa magica e glamour, adatto a quei palati che preferiscono i sogni precotti.

Speciale 50 anni di Doctor Who:Il Giorno del Dottore – Recensione telefilm

~*WARNING: spoilers!*~ 

“Gallifrey falls no more”

Il 23 Novembre è passato, ma non le emozioni che il Cinquantesimo di Doctor Who ha lasciato nei cuori degli whovians di tutto il mondo. 
A detta di molti, questa volta Steven Moffat, lo sceneggiatore, ha superato se stesso, mettendo da parte i suoi trucchetti e le sue idee cervellotiche per rendere l’evento davvero memorabile. Ottima l’idea di risolvere la questione della Guerra del Tempo, di cui sentiamo parlare da tante stagioni, ma di cui, effettivamente, non si è mai capito niente di preciso. Abbiamo sempre e solo saputo che il Dottore aveva ucciso tutti i Dalek e i Signori del Tempo in un solo colpo per evitare che l’intero universo bruciasse, ma qual era stato il suo ruolo preciso in questo genocidio? 
Moffat la risolve inserendo il Dottore della guerra, interpretato da un ottimo John Hurt, che decide di sacrificare la sua stessa gente, nonché la sua vita e il suo onore, per salvare il resto dell’Universo. Questo Dottore, che non si ritiene più degno di tale nome, ruba ai Signori del Tempo una delle armi più distruttive che esistono e decide di utilizzarla, ma quest’arma è così potente che è stata creata con una coscienza che dovrebbe aiutare nella scelta l’utente. Nel caso del Dottore, la coscienza prende la forma di Rose Tyler, compagna futura dello stesso, che, per cercare di convincerlo a non farlo, gli mostra i suoi futuri sé, creando dei portali che lo portano ad incontrarsi il Decimo e l’Undicesimo. 
Per chi lo conosce, sa che il Dottore può risolvere praticamente tutte le situazioni difficili in cui si trova, perciò si può facilmente immaginare come ben tre sue versioni possano addirittura escogitare un piano per salvare sia Gallifrey che l’Universo e ingannare il tempo, facendosi “aiutare” anche dagli altri dieci Dottori. Epica la scena in cui tredici TARDIS, compresa quella del prossimo Dottore, Peter Capaldi, appaiono intorno al pianeta, facendo quasi venire un doppio infarto al Generale gallifreyano nella Sala Tattica, che già sopportava a malapena una sola reincarnazione alla volta. 
Clara che passa sotto un orologio che segna
le 17.16, orario a cui andò in onda il primissimo
episodio il 23 Novembre 1963

Molto carine le citazioni da episodi precedenti, fra tutte quella nelle scene finali in cui il Decimo dice “I don’t want to go” (non voglio andare via) autocitando la frase che dirà nel futuro durante la sua rigenerazione, e da apprezzare anche alcune sottili battute, come il Dottore della Guerra che dice di avere una “crisi di mezz’età”, riferendosi appunto ai 50 anni del programma. Inoltre davvero inaspettati i cameo di Peter Capaldi, i cui occhi si vedono per una frazione di secondo durante la scena dei tredici Dottori nelle tredici TARDIS, e di Tom Baker, l’amatissimo quarto Dottore che, per l’occasione, interpreta il “curatore” del museo che, mentre parla con l’Undicesimo, lascia intendere di sapere chi si ritrova davanti e di essere la stessa persona. 

Anche la cura dei dettagli di continuità è impressionante, oltre alle solite gag con il fez dell’Undicesimo, infatti, rivediamo la sciarpa del Quarto nelle mani di una delle scienziate dello UNIT (un’agenzia segreta inglese che si occupa di ciò che riguarda il Dottore e gli altri alieni), oppure il problema di alcuni congegni troppo complicati da usare che necessiterebbero un “grande bottone rosso” per essere avviati, richiesto in questo caso dal Dottore della Guerra, ma successivamente (nella continuity, ma precedente se si parla di episodi) anche dall’Undicesimo, per poi passare all’ampliamento del racconto della storia d’amore fra il Decimo e la regina Elisabetta I, citato nelle ultime puntate della quarta stagione, e a degli oggetti creati dal Dottore che fanno “ding”, come nella prima puntata con gli Angeli Piangenti. 
Un plauso va anche agli attori, sia vecchi che nuovi, che hanno preso, o ripreso, i loro personaggi con il cuore e si sono impegnati per dare il giusto spessore al loro ruolo. Belle le interazioni fra i tre Dottori, che fra battute pungenti e riflessioni, spostandosi da un periodo storico ad un altro, riescono finalmente ad alleggerire il loro carico emotivo causato dalla distruzione che avevano portato. Buona anche la scelta delle “spalle”, anche se tutti si aspettavano che Billie Piper sarebbe tornata nel ruolo di companion, più che di interfaccia olografica di un’arma, lasciando con l’amaro in bocca chi già si pregustava una riunione fra il Dottore e la sua amata Rose, e complimenti a Jenna-Louise Coleman, la cui Clara è riuscita ad entrare nel cuore di tutti anche dopo la partenza dell’amatissima Karen Gillan, cosa che, ad esempio, non era riuscito immediatamente a Freema Agyeman, che con la sua Martha Jones aveva dovuto “sostituire” proprio la Rose della Piper. 
Non tutto, però, è andato liscio. Infatti, il doppiaggio italiano, come del resto quello dell’intera serie, ha lasciato un po’ a desiderare. Non è stata tanto una scelta delle voci assegnate, quanto le scelte di traduzione. È evidente che non tutte le formule grammaticali inglesi possono essere rese alla perfezione, e neanche le parole inventate, ma tradurre “timey wimey thing” con un “problemino al tempino” in stile Ned Flanders dei Simpsons suona alquanto ridicolo, per non parlare di alcune frasi che, tradotte, perdono completamente il senso che gli era stato attribuito. 
Tirando le somme, comunque, è stato un grandissimo evento a livello mondiale che ha avuto milioni di ascolti e ha addirittura ricevuto un Guinness World Record per essere stata la serie tv con la più vasta trasmissione in contemporanea di sempre, essendo stata passata in diretta in ben 96 Paesi di tutti i continenti. Infiniti complimenti, quindi, a Russell T. Davies, prima, e Steven Moffat, dopo, visto che, in questi ultimi nove anni, hanno saputo rilanciare alla grande questo storico telefilm, ricostruendo e ampliando il grande seguito che aveva prima, e sono arrivati a questo Cinquantesimo Anniversario in cui, con questo episodio Speciale, come ha detto proprio il buon Steven, il Dottore, dopo anni passati ad evitare che gli alieni si impossessassero del mondo, è sceso in campo e l’ha conquistato lui stesso.

I Dottori

GERONIMO!

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The Carrie Diaries 2 – Recensione Telefilm

Prima del sesso, prima della City c’erano gli anni 80, quando Madonna era giovane davvero, le bombolette di lacca inquinavano più dell’Ilva di Taranto, Reagan e la Thatcher giocavano a Risiko sul tabellone del mondo e in TV c’erano i cartoni giapponesi belli. Lontana da essere la controfigura della Mummia, la modaiola Carrie Bradshaw continua a renderci partecipi della sua adolescenza fuori dal comune, muovendosi con disinvoltura tra la sua doppia vita di studentessa e stagista di una glamourosissima rivista di moda, trovando anche il tempo di concedersi qualche (neanche troppo) dramma amoroso adolescenziale e di farci credere che negli anni 80 ci si vestisse bene.


Indovinate un po’ chi è

Attorno alla protagonista continua a ruotare la galassia di comprimari a cui ci eravamo affezionati nella prima serie, dalla nevrotica Mouse alla folle Larissa, passando per il ragazzo dei sogni più una new entry attesissima dai fan di Sex and the City (nella speranza che sia seguita anche dalle altre due).

Attraverso le loro vicende continuerà il viaggio archeologico nella vita degli adolescenti del decennio degli yuppies (quelli senza telefonino e internet), riprendendo le vicende della serie passata ed esplorando tematiche anche serie con leggerezza, ma senza troppa superficialità.
Tirando le somme, The Carrie Diaries è un fotoromanzo patinato e glamour, che gioca sull’effetto nostalgia, condito di moda e musica, restando comunque un intrattenimento piacevole e leggero, che in più riesce anche a farti affezionare ai personaggi, che hanno il pregio di non essere delle anonime figurine sbiadite in vestiti griffati o degli insopportabili cliché da teen drama (anche perché da teen drama la serie ci è solo travestita). Consigliato ai fan di Sex and the City, degli anni 80 ed agli adolescenti vecchi e nuovi.

The Originals: 3 vampiri e un bebè – Recensione Telefilm

C’era una volta The Vampire Diaries, uno dei figli (il telefilm) dell’onda vampirica adolescenziale nata sulla scia del successo della saga di Twilight. La serie, rivolta alle adolescenti che sognano un principe azzurro nonmorto ma con moderazione, condita con una punta di maschilismo conservatore e bei ragazzi spesso poco vestiti, ha potuto vantare una nutrita serie di personaggi fantastici da fare concorrenza ad Harry Potter (ma con più ormoni) e un cattivo più-cattivo-ancora così amato da rubare spesso la scena ai protagonisti (non è colpa sua, c’è da dire che il personaggio principale maschile è così anonimo e opaco che anche la polvere sui mobili è più interessante), tanto che ha meritato una serie tutta sua: The Originals.

esemplare di vampirantropo

Protagonisti della nuova serie di CW, già in onda in madrepatria da qualche mese, sono infatti Klaus, l’antichissimo vampiro/licantropo (Carletto principe dei mostri non sei nessuno) con seri problemi di gestione della rabbia e di carenze affettive, e i suoi due fratelli, appunto la famiglia di vampiri originali di The Vampire
Diaries.

esemplare di cattivo

Il plot è semplice: stancatosi di farsi inspiegabilmente sconfiggere a Mystic Falls nonostante il millennio di vita e i numerosi poteri, il tenebroso Klaus torna a New Orleans (Anne Rice, perdona loro perchè non sanno quello che fanno), città fondata da lui stesso due secoli prima e ora in mano a uno delle sue creature, l’ex schiavo Marcel, nonchè ennesimo ex interesse romantico della sorellina del trittico di originali, Rebekah. Nella capitale del jazz, dei non morti e del voodoo le cose sono piuttosto cambiate dalla partenza del vampiro: Marcel regna col pugno di ferro e Klaus si ritrova a essere poco più di un suddito. Ma le sorprese non vengono mai da sole, infatti il licavampiro (vampirantropo?) ha fatto il guaio.

Tra streghe, vampiri, incantesimi e dinamiche familiari disturbate la trama riserva anche sorprese e colpi di scena degni di questo nome. Il serial è sicuramente rivolta a un pubblico più maturo della serie madre ed è in qualche modo anche più curato: i personaggi sono caratterizzati meglio, le loro azioni più logiche e guadagnano dal fatto di non essere legati ai convenzionali comportamenti morali e moralisti politically correct dei “fratelli maggiori” della serie principale.

lei, l’arma finale

Gli sceneggiatori si sono sicuramente divertiti di più, hanno calcato la mano sull’horror e approfondito temi diversi dal solito stucchevole intreccio amoroso poligonale, trovandosi anche in mano personaggi che uscivano (quasi) dai soliti chichè del teen drama e sicuramente più poliedrici, non essendo  legati al classico dualismo bene/male.

Perchè questo è il grande pregio di questa godibile serie: nessuno è buono e nessuno è davvero cattivo, ma tutti sono guidati dalle proprie esigenze e dai propri scopi e anche chi sembra essere senza scrupoli ha in realtà le proprie profonde ragioni.

Concludo promuovendo questa serie, merita (almeno fino ad ora) di essere vista.

Sleepy Hollow – Recensione Telefilm

Benvenuti a Sleepy Hollow! Ridente cittadina dello stato di New York in provincia di Supernatural, dove troverete cittadini ospitali che di certo non vi faranno annoiare con i loro innumerevoli hobby, come la stregoneria, il latino finto, i viaggi nel tempo e l’apocalisse. Ma mi raccomando, non perdete la testa!

Ichabod e Abbie
Da segnalare tra le attrazioni del luogo Ichabod Crane (biscugino laterale di Johnny Depp), autentico uomo bicentenario, tenuto addormentato per 200 anni da un incantesimo, risvegliatosi per collaborare con la polizia allo sport nazionale del luogo: la caccia ai demoni. Insieme alla sua collaboratrice, l’agente Abbie Mills, tra un rituale con le mitiche Clavicole di Salomone e una visione nativa americana, potrete scoprire retroscena sconvolgenti su eventi e personaggi storici più famosi (sapevate, ad esempio, che George Washington nel tempo libero, tra una battaglia e una riunione massonica, si interessava anche di evitare la fine del mondo e lottare contro il diavolo in persona?). 

Che siate streghe o cavalieri dell’apocalisse, preti o massoni, non perdete l’esperienza unica di visitare Sleepy Hollow. Non ci troverete niente di originale o di non già visto, ma il soggiorno sarà ugualmente godibile!