Lettura e Orgasmo con il progetto "Hysterical Literature" di Clayton Cubitt

L’isteria, una serie di attacchi nevrotici intensi che si pensavano quasi esclusivamente femminili (hysteron è appunto il greco di “utero”), fu studiata intensamente dai medici dell’età vittoriana, i quali si dedicarono alla cura per mezzo di manovre che miravano alla stimolazione genitale fino al raggiungimento del “parossismo isterico“.
Clayton Cubitt, fotografo, scrittore e regista americano, nel 2012 ha dato il via ad un progetto chiamato Hysterical Literature che coinvolge l’universo intimo della donna e, appunto, la letteratura.
La sua idea consiste in una serie di video. La scena è sempre la stessa: filtro in bianco e nero e una donna che legge ad alta voce il suo libro preferito seduta ad un tavolo. Fin qui la letteratura. L’isteria, che riprende la definizione ottocentesca, viene dopo qualche minuto, quando la donna, durante la lettura, non riesce a contenersi. Sotto al tavolo, infatti, viene stimolata sessualmente con un vibratore e raggiunge l’orgasmo.
Lungi dall’essere associato alla pornografia, Cubitt realizza queste riprese bicromatiche, spoglie, quasi fotografiche, dove ciò che si vede sono soltanto il tavolo, la donna e il libro. Tutto reso il meno provocante possibile.
Prendendo in considerazione i diffusi autoscatti noti sul web come selfies, l’artista ha cercato un modo per impedire al soggetto ritratto di mantenere quella posizione. Dopo vari tentativi insoddisfacenti per la sua ricerca (come i suoi Long Portraits) ha pensato di isolare la donna in modo da evitare il più possibile ogni tipo di imbarazzo e fare in modo che tutto si svolgesse con naturalezza. In questo modo si entra nel cuore del progetto: individuare la reazione di chi guarda rispetto all’accostamento di due aree di solito così distinte come la cultura e la sessualità.
Partendo dalle selfies, passando per il rapporto delle donne con il proprio corpo e con la propria mente fino ad espandere la ricerca a chi assiste alla scena, insomma, Clayton Cubitt fa una vera e propria esplorazione antropologica. 
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Misoginia nella democratica Atene

Zeus che tuona nelle nuvole, per la grande disgrazia degli uomini mortali ha creato le donne.” (Esiodo)

Quando parliamo di misoginia nel mondo classico non possiamo riferirci a tutta la Grecia: oggi sappiamo infatti che a Sparta, acerrima nemica di Atene, considerata città grezza e austera, le donne venivano educate fuori casa, frequentavano palestre, circoli, e si dedicavano alla danza e alla cura del corpo: potevano anche non occuparsi necessariamente della casa e dei figli. Certamente alla base di questa politica vi era la “fissazione” tipicamente spartana di procreare figli forti, sani, pronti a diventare guerrieri: da qui l’attenzione per la figura della donna. Ma, quantomeno, Sparta non si professava patria indiscussa della democrazia e della libertà: Atene sì. Tucidide, per bocca di Pericle, nell’epitafio che egli rivolse alla cittadinanza per i caduti nel primo anno della guerra del Peloponneso, loda la politèia ateniese: Atene è paradigma per gli altri, le leggi vengono rispettate, vi sono tantissimi sollievi dalle fatiche, la bellezza e la sapienza sono amate, gli affari pubblici non trascurati. Atene è la scuola della Grecia. Ma proprio durante la guerra del Peloponneso i nodi della fantomatica democrazia vengono al pettine: la sprezzante egemonia ateniese nella lega Delio-Attica, la riscossione dei tributi con la forza, l’assoggettamento di piccole colonie che avrebbero voluto rimanere neutrali in base alla legge del più forte (si pensi all’episodio di Melo, che Tucidide traccia con raffinata efficacia nel dialogo tra gli ambasciatori di Atene e i Meli, in cui viene affermata la legge del più forte e l’inutilità di opporsi a una potenza così schiacciante) con conseguenti spargimenti di sangue, le diseguaglianze sociali, i contrasti interni, l’imperialismo arrogante, lo sfruttamento degli schiavi, l’emarginazione di stranieri e donne
Ed è proprio sul trattamento delle donne che le contraddizioni di Atene vengono pienamente a galla. Bisogna riconoscere di certo che all’interno della città attica ricchi e poveri potevano prendere parte alla vita politica: purché i genitori fossero entrambi ateniesi, purché non fossero schiavi, purché non fossero donne. La donna ateniese era esclusa dalla vita politica, dalla vita sociale, non godeva di alcun diritto e dipendeva totalmente dal padre o dal marito. Trascorreva gran parte della sua vita in casa, dove si occupava dei figli e delle faccende domestiche, aiutata dagli schiavi; con lei potevano persino abitare concubine o etere, donne con le quali il marito trascorreva a piacimento il tempo. “Viveva sotto una sorveglianza strettamente rigorosa; doveva vedere meno cose possibili, capirne il meno possibile, porre meno domande possibili” (Economico, Senofonte). Le uniche occasioni per le quali la donna ateniese poteva uscire da casa, salvo brevi visite ad altre donne, erano le festività religiose: nel campo religioso infatti la donna godeva di pari diritti, e poteva ricoprire l’incarico di sacerdotessa. E se la moglie dal punto di vista politico e sociale era considerata nulla, non di miglior reputazione godeva agli occhi dello sposo, che spesso praticava attività sessuale con le concubine o, all’interno del simposio, con altri uomini. 
Anche nella letteratura svariati sono gli esempi di misoginia. “Chi si affida ad una femmina si affida ai ladri”, dice Esiodo ne Le opere e i giorni: Semonide distingue tra “donna cavalla” (inoperosa, sempre intenta a curarsi, “schiva i lavori servili e la fatica”, “all’amore si piega per obbligo”) e “donna ape”, fonte di prosperità, “madre di figli illustri”, “non le piace stare con le amiche se l’argomento dei discorsi è il sesso”. Il tragediografo Euripide proverà a riscattare la condizione femminile, ottenendo in cambio di essere frainteso come sfrontato misogino. Proprio attraverso le crude parole di Giasone “Quando il matrimonio va bene, ritenete che nulla vi manchi; se invece qualche disgrazia colpisce il vostro letto, considerate una cosa molto ostile quella che prima era la migliore e la più bella. Bisognerebbe che gli uomini generassero figli in qualche altro modo e che non esistesse la razza femminile; così per loro non ci sarebbe più alcun male” (Medea), e ancora di Ippolito “O Zeus, perché hai messo alla luce e imposto agli uomini la donna, questo grande malanno? Se era nel tuo intento propagare il genere umano, non era necessario farlo attraverso le donne. Gli uomini avrebbero dovuto semplicemente comprare la generazione dei propri figli” (Ippolito), Euripide delinea la stima che i suoi contemporanei avevano delle donne. E, proprio perché punti nell’orgoglio, i contemporanei stessi lo additarono come nemico delle donne, screditandolo. Con la sola eccezione di Saffo nessuna testimonianza di filosofe o poetesse ci è rimasta, probabilmente cancellata già a quel tempo, per ribadire che solo l’uomo è atto a fare certe cose: e c’è chi sostiene ancora che i grandi pensatori furono uomini perché le donne non ne erano capaci, non considerando in che condizioni versava la donna, relegata in casa, non istruita a dovere, senza potere leggere le grandi opere o studiare le scienze, concepita esclusivamente per portare avanti la specie (meglio se con figli maschi). Come avrebbe potuto diventare un genio una donna, se le uniche realtà che conosceva erano le mura di casa? 
La democratica Atene si fingeva democratica proprio come oggi fanno molti altri paesi, che si ritengono paladini delle libertà individuali, della salute, della privacy. Ma proprio per discernere chi è davvero garante di questi diritti dobbiamo guardare alla condizione di ogni singolo individuo: donne, stranieri, uomini professanti diverse religioni. Solo dopo avere considerato se le libertà sono estese a tutti si può dare un giudizio. Del resto, la parità della donna (almeno nei Paesi occidentali) a qualsiasi livello è stata raggiunta nel XX secolo: non c’è da stupirsi se nel V secolo a.C. Atene peccasse di misoginia. La questione della donna è tuttora accesa: in molte parti del mondo, da tempo immemorabile, il gentil sesso vive in una condizione di disparità, disuguaglianza e inferiorità. Perché? 

Un uomo, quando sente fastidio di stare in casa con i suoi familiari, esce fuori e solleva il cuore dalla noia. Per noi, invece, è destino volgere lo sguardo verso una sola persona. E dicono di noi che viviamo in una casa una vita senza pericolo, mentre loro combattono in guerra; ma ragionano male. Giacché preferirei stare tre volte presso lo scudo piuttosto che partorire una sola volta!” (Medea, Euripide)

Giulia Bitto

Euripide e la psicologia femminile nella Medea

Cosa può spingere una donna ad uccidere i propri amati figli? Quale passione può essere tanto forte da portare al freddo assassinio di due bambini supplicanti? La Medea di Euripide non porta in scena il solito contrasto tra protagonista e antagonista, tra eroe e leggi: Medea pare piuttosto essere l’antagonista di se stessa, la donna che, indomabilmente controllata dalle proprie passioni, è forte ma debole, eroica ma ingiusta e tracotante. La tragedia euripidea è totalmente incentrata sulla sua figura, tanto da fare emergere una psicologia tratteggiata nei più sottili dettagli e sfumature. 
Dalle iniziali parole della nutrice vediamo una Medea che “giace senza cibo, abbandona il corpo ai dolori, consuma tutto il tempo nelle lacrime; non solleva lo sguardo, né distoglie il volto da terra”: una donna apparentemente bruciata dalla sofferenza, senza la voglia di agire in alcun modo. Ma la fidata nutrice smentisce subito l’idea che ci si potrebbe fare inizialmente della protagonista: “Temo che qualcosa di sinistro possa lei meditare. Ha un animo violento e non tollererà di essere maltrattata; io la conosco e ho timore. È tremenda e chi entri in inimicizia con lei non facilmente potrà portare vittoria”. La donna appare costantemente segnata da una lacerante contraddizione interna, oscillando tra sentimenti opposti: più volte si chiederà se sia giusto uccidere i propri figli, ricredendosi a distanza di pochi secondi, cambiando parere. 
Ma le decisioni inizialmente prese da Medea non mutano mai: ciò che per lei dev’essere compiuto, è sempre compiuto, e ogni piano va realizzato con tutti i mezzi disponibili. Pur di punire il marito Giasone, reo di avere sposato un’altra donna soltanto per assicurarsi una stirpe regale, la protagonista è pronta a fare qualsiasi cosa, persino uccidere due uomini e i suoi stessi bambini, aiutata dal suo portentoso ingegno. Riesce, con l’arte della parola, a sviare Creonte dal cacciarla subito dalla città, facendosi concedere ancora un giorno di permanenza prima dell’esilio. Riesce a far credere all’ex marito (se mi è lecito usare questa espressione) di avere mutato atteggiamento nei suoi confronti e di volersi riappacificare, in un modo che appare convincente anche a noi lettori, consapevoli delle sue intenzioni. Medea non è certo una donna comune: non incarna, almeno, lo stereotipo di donna vigente in Grecia
Ed è proprio sulla figura della donna che Medea si soffermerà per un lungo monologo, quasi a rivendicare la propria individualità e il proprio valore. Dice infatti: “Un uomo, quando sente fastidio di stare in casa con i suoi familiari, esce fuori e solleva il cuore dalla noia. Per noi, invece, è destino volgere lo sguardo verso una sola persona. E dicono di noi che viviamo in una casa una vita senza pericolo, mentre loro combattono in guerra; ma ragionano male. Giacché preferirei stare tre volte presso lo scudo piuttosto che partorire una sola volta!”. Tema spinoso da affrontare, quello della donna: sappiamo oggi che in Atene, nella democratica Atene, la donna non godeva pressoché di alcun diritto. Ed è con vigore e precisione che Euripide si cimenta nella descrizione dell’animo femminile, apparendo erroneamente ai suoi contemporanei come misogino. 
Misogino Euripide, che tenta di analizzare la psiche femminile, o l’intera ipocrita società ateniese? Pronuncia Giasone: “Quando il matrimonio va bene, ritenete che nulla vi manchi; se invece qualche disgrazia colpisce il vostro letto, considerate una cosa molto ostile quella che prima era la migliore e la più bella. Bisognerebbe che gli uomini generassero figli in qualche altro modo e che non esistesse la razza femminile; così per loro non ci sarebbe più alcun male”. Anche nell’Ippolito l’omonimo protagonista scaglierà violentissimi insulti contro l’intera stirpe femminile, affermando: “O Zeus, perché hai messo alla luce e imposto agli uomini la donna, questo grande malanno? Se era nel tuo intento propagare il genere umano, non era necessario farlo attraverso le donne. Gli uomini avrebbero dovuto semplicemente comprare la generazione dei propri figli”, mentre il padre dello stesso, Teseo, si pronuncerà in modo nettamente più favorevole: “Sono perduto: mi hai lasciato tu, la donna migliore tra quante vede il sole e la luce stellata della notte”. 
Lo scopo di Euripide era fare filtrare le varie opinioni che si potevano avere sulla donna, mettendone in luce tutti gli aspetti. Ma probabilmente lo stesso pubblico ateniese vedeva in Medea solo una madre assassina: è difficile potersi immedesimare in questa psiche così complessa, è difficile potere rispondere alla domanda iniziale “Cosa può spingere una donna ad uccidere i propri amati figli?”. Era difficile per gli ateniesi e lo è anche per noi se non riusciamo a comprendere lo struggimento di una donna che vuole ergersi di fronte alle ingiustizie e fare trionfare non solo se stessa, ma un’intera razza; è difficile se non comprendiamo quanto Medea fosse diventata vittima di passioni indomabili, che le hanno fatto perdere il controllo, ma che hanno scaturito anche la sua immensa grandezza. Medea, protagonista e antagonista, debole e forte, feroce e tenera; donna astuta che esce dai confini prestabiliti per sfidare gli avversari e imporre la sua volontà, la sua individualità esasperata. L’eroe romantico, duemiladuecento anni dopo, cos’altro sarà se non questo? Altre eroine forti e passionali erano già comparse nella tragedia greca: ma nessuna può eguagliare, nemmeno alla lontana, la struggente passionalità romantica di Medea

 “E capisco quali mali dovrò sostenere, ma più forte dei miei propositi è la passione, la quale è per gli uomini causa dei più gravi mali”

Giulia Bitto