Le 31 cose che non sai di Giulio Cesare

Chi non conosce Giulio Cesare? Il generale romano non richiede presentazioni: la sua vita fu costellata di vittorie folgoranti e imprese eroiche. Egli sancì la fine della Repubblica e l’inizio dell’Età Imperiale, cambiando per sempre il corso di Roma. Ma non tutti conoscono i vari retroscena della sua biografia, alcuni esilaranti, altri sconcertanti, altri, invece, ci fanno capire il perché quest’uomo divenne una delle figure più famose e conosciute del mondo intero. La fonte come sempre è il caro Svetonio: cosa, dunque, non sapete di Giulio Cesare?
Partiamo dalle prime imprese del generale:
1. “Si trattenne presso Nicomede, non senza far nascere il sospetto di essersi prostituito a quel re. Questa voce si rafforzò, perché pochi giorni dopo tornò in Bitinia, con la scusa di dover incassare una somma dovuta a un liberto suo cliente”.
2. “Durante quel viaggio venne catturato dai pirati vicino all’isola di Farmacusa, e rimase con loro per quasi quaranta giorni. Pagato il riscatto e sbarcato a riva, non prese riposo fino a quando, armata una flotta e seguite le tracce dei pirati in fuga, non li ebbe catturati e fatti giustiziare, come spesso, quasi per scherzo, li aveva minacciati di fare”.
3. “Arrivato a Cadice e vista una statua di Alessandro Magno, si mise a piangere, quasi vergognoso della propria ignavia, al pensiero di non avere fatto ancora niente che fosse degno di memoria a un’età in un cui Alessandro aveva già soggiogato il mondo intero”.
4. “Scacciò con le armi dal Foro il collega Bibulo che si opponeva a una sua proposta di legge agraria. Questi, essendosene lagnato in Senato e non avendo trovato nessuno che osasse farsi relatore di un fatto così grave, fu preso da un tale scoramento che si chiuse in casa fino al termine del suo mandato. Nel popolo corsero ben presto questi versi: «Nulla è accaduto sotto Bibulo, ma sotto Cesare; nulla ricordo che sia accaduto sotto Bibulo»”.

La disavventura poco prima di varcare il Rubicone (giorno sbagliato per perdersi): 
5. “Dopo il tramonto, fatti aggiogare a un carretto i muli di un mulino vicino, si avviò in massimo segreto e con debole scorta. Ma, al buio, perdette la strada ed errò a lungo, fino a quando, all’alba, trovata una guida, riprese a piedi il cammino attraverso angusti sentieri”.
Sapeva come umiliare i suoi nemici…
6. “Da Alessandria passò in Siria, e quindi nel Ponto, richiamatovi dalle inquietanti notizie su Farnace, che aveva colto il momento opportuno per iniziare le ostilità e si era imbaldanzito per i molteplici successi: quattro giorni dopo il suo arrivo Cesare lo distrusse in una sola battaglia durata meno di quattro ore”.
Cesare generoso per il felice esito della guerra civile:
7. “Non solo fece distribuire al popolo dieci moggi di grano e altrettante libbre d’olio a testa, ma ai trecento nummi che aveva promesso a suo tempo ne aggiunse altri cento quale interesse per il ritardato pagamento”.
8. “Dopo la vittoria di Spagna offrì due banchetti al popolo perché, essendogli sembrato il primo modesto e poco degno della sua generosità, ne fece allestire un secondo, veramente magnifico, cinque giorni dopo”.
9. “A questi spettacoli assistettero folle immense, venute da ogni parte, tanto che molti forestieri alloggiarono sotto le tende alzate nelle strade e nei crocicchi, e molti, tra cui due senatori, rimasero schiacciati e soffocati nella ressa”.
Un astronomo preciso:
10. “Regolò l’anno sul corso del sole e lo fissò di trecentosessantacinque giorni, sopprimendo il mese intercalare e inserendo invece un giorno ogni quattro anni”.
Rubens – Cesare riceve la testa di Pompeo 
Adesso passiamo alle curiosità più divertenti:
11. “Era tanto meticoloso nel curare il corpo che, non contento di farsi tagliare i capelli e radere la barba con estrema cura, si faceva persino depilare, come qualcuno gli rinfacciò”.
12. “Godeva di ottima salute, ma negli ultimi tempi soffriva di svenimenti e di incubi notturni: due volte, mentre svolgeva la sua attività, fu anche colto da attacchi epilettici”.
13. “Non riuscì mai a consolarsi di essere calvo, angustiandosi eccessivamente per gli scherzi dei suoi detrattori, e per nascondere la calvizie si pettinava portando avanti i radi capelli”.
14. “Molti testimoni ce lo dicono estremamente desideroso di lusso e di eleganza; poiché non corrispondeva al suo gusto, distrusse fin dalle fondamenta, quando già era finita, una villa che aveva fatto costruire con grandi spese nel quartiere Nemorense, benché in quell’epoca fosse in modeste condizioni finanziarie e oberato dai debiti”.
15. “Si procurava anche degli schiavi belli e colti, pagandoli a così alto prezzo che se ne vergognava e dava ordine di non segnarlo nei suoi registri di spese”.
16. A proposito del suo legame con Nicomede, re della Bitinia: “Tralascio anche i discorsi di Dolabella e di Curione, in cui Dolabella lo chiama «rivale della regina» e «sponda interna della lettiga reale» e Curione «postribolo di Nicomede» e «bordello di Bitinia»; tralascio anche gli editti con cui Bibulo insultava il suo collega: «La regina di Bitinia prima volle il re, e ora il regno».
17. “Anche un certo Ottavio che, essendo pazzo, diceva tutto quel che gli saltava per la mente, avendo salutato Pompeo col titolo di re, chiamò Cesare «regina»”.
18. “Cicerone scrisse in certe lettere: «in Bitinia il discendente di Venere si era coricato con il re con una veste di porpora nell’aureo letto, dove aveva perduto il fiore della sua gioventù»”.
19. Ecco che abbiamo spiegato perché Marco Bruto lo uccise: “Ma più di ogni altra amò Servilia, madre di Marco Bruto, per la quale aveva acquistato una perla del valore di sei milioni di sesterzi”.
20. “Che non rispettasse le donne sposate, nemmeno nelle province, risulta da questi versi che parimenti i soldati cantavano durante il trionfo gallico: «Cittadini, chiudete le vostre donne! Portiamo con noi un calvo scostumato»”.
21. “E, perché non vi possa essere nessun dubbio sul fatto che Cesare ebbe la peggior fama di sodomita e di adultero, Curione in un suo discorso lo chiama «marito di tutte le mogli, moglie di tutti i mariti»”.
Playboy anche con Cleopatra:
22. “Ma amò soprattutto Cleopatra, con la quale si intrattenne spesso a banchetto fino all’alba, e su una nave fornita di stanze si addentrò con lei in Egitto. In seguito, fattala venire a Roma, la rimandò in patria solo dopo averla colmata di onori e di regali splendidi, e consentì che il figlio nato dalla loro unione portasse il suo nome”.
Ma ora tessiamo un po’ di lodi:
23. “Abilissimo nelle armi e nel cavalcare, sopportava le fatiche oltre ogni credere. Nelle marce precedeva le schiere, talvolta a cavallo, ma più spesso a piedi, a capo scoperto, sia con il sole che con la pioggia. Percorreva distanze immense con rapidità incredibile, senza bagaglio, su un carretto da noleggio, facendo persino cento miglia in un giorno. Se veniva ritardato da qualche corso d’acqua, lo attraversava a nuoto, tanto che spesso precedeva coloro che aveva mandato ad annunciare il suo arrivo”.
24. “In inverno passò da Brindisi a Durazzo attraverso le flotte nemiche, e poiché le sue truppe tardavano a giungere, alla fine si imbarcò di nascosto, di notte, da solo, col viso coperto dal mantello e su di una piccola barca; né si fece riconoscere né permise al barcaiolo di arrendersi al tempo avverso se non quando fu quasi travolto dai flutti”.
25. “Mentre stava attraversando l’Ellesponto su di una piccola imbarcazione da trasporto, Lucio Cassio, della parte avversa gli piombò addosso con una flotta di dieci navi da guerra. Cesare non soltanto non fece nessun tentativo per fuggire, ma anzi governandogli incontro, lo accostò e, convintolo alla resa, lo ricevette supplice a bordo”.
26. “Ad Alessandria, durante l’assalto di un ponte, costretto a gettarsi dentro una barca per un’improvvisa sortita, poiché molti si precipitavano nello stesso scafo, si buttò in mare, e nuotando per duecento passi si salvò a bordo della nave più vicina, tenendo alzata la mano sinistra per non bagnare alcune carte, e trascinandosi dietro, stretto tra i denti, il mantello, per non lasciare quel trofeo in mano al nemico”.
27. “A provare il valore con cui combattevano i suoi soldati sta il fatto che dopo l’unico infelice scontro presso Durazzo, gli chiesero spontaneamente di essere puniti, tanto che egli dovette piuttosto confortarli che castigarli”.
28. “Trattò sempre gli amici con tanta cortesia e tanta bontà che una volta, essendosi improvvisamente ammalato Caio Oppio, che lo accompagnava in un viaggio per regioni boscose, gli cedette il solo piccolo alloggio che c’era in quel luogo, e se ne rimase a dormire sulla nuda terra, sotto le stelle”.
29. “Anche nel vendicarsi era mitissimo per natura. Quando catturò i pirati dai quali era stato fatto prigioniero, poiché ormai aveva giurato di farli crocifiggere, diede ordine di strangolarli prima di appenderli alla croce”.
Camuccini – Morte di Giulio Cesare
E dopo la tragica morte…
30. “La curia in cui Cesare era stato ucciso venne murata e le idi di marzo presero il nome di «giorno del parricidio’ e non fu mai più lecito convocare il Senato in quel giorno”.
31. “Quasi nessuno dei suoi assassini gli sopravvisse più di tre anni, e nessuno morì di morte naturale. Furono condannati tutti e perirono in circostanze diverse, parte in naufragio, parte in battaglia; alcuni si tolsero la vita con lo stesso pugnale con cui avevano violato il corpo di Cesare”.
Giulia Bitto

Ti regalo un autore: venti famosi autori della letteratura trasformati in bambole

Non sapete ancora che cosa acquistare per gli ultimi regali natalizi? I vostri amici sono accaniti lettori? Allora avrannp sicuramente un autore o un’autrice del cuore! Perché non regalare loro questo personaggio, divenuto negli anni oggetto della loro immutata adorazione letteraria e compagno di vita, magari sotto forma di bambola da posizionare sul comodino? Già, perché basta guardarsi in giro su Internet e troverete manufatti di ogni tipo, dimensione, materiale (dal legno alla carta, dalla stoffa ai Lego) e provenienza, che ritraggono gli autori più famosi delle letterature mondiali di tutti i tempi sotto i più diversi aspetti, da quelli seri e pensierosi a quelli più buffi e divertenti. Sono pupazzi realizzati da persone comuni decisamente creative e profondamente innamorate della letteratura, che sono riuscite ad utilizzare a loro vantaggio stilemi e generalizzazioni diffusi fra i lettori meno esperti. Quindi, prima di acquistare un libro di Ernest Hemingway, controllate che non ci sia proprio lì accanto la sua action figure, in stile Ken di Barbie!
Ecco allora la simpatica classifica delle 20 bambole migliori stilata dal sito Flavorwire. 
Ernest Hemingway
Edgar Allan Poe
James Joyce
Emily Dickinson
Charles Dickens
Sylvia Plath
William Shakespeare
Oscar Wilde
Margaret Atwood
Dorothy Parker
Alexsandr Puskin, Lev Tolstoj, Anton Cechov, Fedor Dostoevskij e Ivan Turgenev
 Ayn Rand
Hunter S. Thompson
Mary Wollstonecraft Shelley
Mark Twain
Kurt Vonnegut
Tiny Maya Angelou
Franz Kafka
Virginia Woolf
Per finire non potevano mancare le sorelle Bronte, trasformate nelle supereroine Brontesaurus, cui è stato dedicato addirittura un video di presentazione.

Lucia Piemontesi

Gli amori proibiti di Oscar Wilde: la testimonianza del “De Profundis”

Il De Profundis non è certamente uno dei più grandi capolavori di Oscar Wilde (1854 – 1900), eppure è uno dei più importanti documenti in grado di testimoniare le ingiustizie subite dall’autore e di analizzare – così come già il titolo preannuncia – i suoi pensieri e le sue credenze più intime. E’ un’opera che permette di avvicinarsi al vero Oscar Wilde, non il dandy affascinante e sicuro di sé che emerge dalle sue opere, ma un uomo fragile, tormentato dalla mentalità dell’epoca e dominato da un amore ricambiato in un insolito modo.
Oscar Wilde
Il libro è una lunghissima lettera (più di cento pagine) che Wilde scrisse nei primi mesi del 1897 al suo giovane amante Alfred Douglas (1870 – 1945), mentre lo scrittore irlandese era imprigionato nel carcere di Reading con reato di sodomia. Tuttavia, l’opera è molto distante dalle lettere d’amore ‘classiche’: lo scritto è diretto sì a quello che potrebbe essere considerato il suo più grande amore, ma le parole dell’autore non sono ricche né di promesse né di tenerezza. Si tratta infatti di una lettera piuttosto malinconica, in cui viene ripercorsa la relazione tra i due, sottolineando però principalmente le scorrettezze di Alfred, i torti subiti da Wilde e gli avvenimenti più negativi. Mentre nella maggior parte delle lettere all’amante lo scrittore era solito utilizzare dolci nomignoli e similitudini per indicare il compagno – come “mia dolce rosa” o “il mio bianco narciso in un campo non falciato” – nel De Profundis Alfred viene invece descritto come la causa di ogni male, come un uomo privo di vere passioni o di gusto per l’arte, un perdigiorno viziato e dal carattere incontrollabile.
Alfred Douglas
Oscar Wilde era in realtà sposato con Constance Lloyd, da cui ebbe due figli, Cyril e Vyvyan, ma frequentava abitualmente e non troppo segretamente Alfred Douglas, da lui soprannominato in modo affettuoso Bosie. La relazione non era ovviamente vista di buon occhio dalla società vittoriana: in particolare, fu il padre di Alfred, un nobiluomo dalla mentalità piuttosto ottusa, a indispettirsi per il legame del figlio con Wilde. Inoltre, personaggi molto importanti dell’epoca, come Andrè Gide o Edgar Degas avvertirono ripetutamente Wilde dei pericoli provenienti dalla storia con Alfred, ma lo scrittore non li ascoltò mai. La goccia che fece traboccare il vaso ci fu quando, nel 1895, mentre Wilde stava raggiungendo un club, ricevette da parte del padre di Alfred un biglietto contenente gravi offese, tra cui quella di sodomia. Celebre è l’errore che dimostra non solo la poca apertura mentale, ma anche l’ignoranza del Marchese: “For Oscar Wilde posing Somdomite”, ovvero “Per Oscar Wilde, che si atteggia a Somdomita”. Lo scrittore, nonostante il suo patrimonio fosse ormai esiguo a causa delle continue spese dell’amante, decise di ingaggiare un avvocato e fare causa al nobile per le infamie ricevute. Il Marchese, tuttavia, con a disposizione una somma di denaro molto più cospicua di quella di Wilde, lo fece seguire segretamente e trovò così le evidenti prove della sua omosessualità, rintracciando addirittura alcuni degli uomini che l’autore aveva frequentato, in modo da farli testimoniare in tribunale. In aula, per comprendere se le affermazioni del marchese fossero vere o false, venne presa in considerazione e fu brevemente analizzata l’opera Il ritratto di Dorian Gray, considerata ricca di richiami sessuali e omosessuali, ma l’autore rispose così prontamente e con così tanta arguzia ed ironia alle accuse che il pubblico scoppiò più volte a ridere, appoggiandolo. Il Marchese tuttavia venne infine assolto grazie all’ottima arringa del suo avvocato ma, irritato dall’offesa subita, portò nuovamente Wilde in tribunale. 
Alfred Douglas e Oscar Wilde
La causa promossa da Wilde, oltre a non aver avuto un esito positivo, gli si ritorse contro: vennero sospese le rappresentazioni teatrali delle sue opere, iniziò ad essere malvisto dal pubblico a causa del suo presunto orientamento sessuale e in Francia fu vietata la vendita di fotografie rappresentanti l’autore. Altri drammi nel frattempo colpirono la vita privata dello scrittore irlandese: per pagare il tribunale fu costretto a vendere la sua intera libreria, nello stesso periodo la moglie Constance chiese la separazione (che tuttavia fu in seguito ritirata) e l’uomo perse la custodia dei due figli. Ci fu quindi un altro processo, questa volta a carico di Wilde, in cui perse la causa e fu condannato al massimo della pena, ovvero due anni di lavori forzati. E’ celebre in questa udienza la frase pronunciata dal pubblico ministero: «Cos’è l’amore che non osa pronunciare il proprio nome?», Wilde rispose: «L’Amore, che non osa dire il suo nome in questo secolo, è il grande affetto di un uomo anziano nei confronti di un giovane, lo stesso che esisteva tra Davide e Gionata, e che Platone mise alla base stessa della sua filosofia, lo stesso che si può trovare nei sonetti di Michelangelo e di Shakespeare. Non c’è nulla di innaturale in ciò.» 
Una volta in carcere, l’autore, che non ricevette notizie dal compagno per moltissimo tempo, iniziò la stesura della lunga lettera. Lo scopo principale del documento, oltre ad essere uno sfogo, è quello di aprire gli occhi all’amante – la cui mente, secondo Wilde, era priva di immaginazione – e fargli capire quanto gli ingiusti sgarbi subiti, molti dei quali legati al denaro o alla frequentazione di altri giovani, lo avessero ferito e portato alla rovina. Lo scrittore inoltre accusa l’amante di avergli fatto perdere più volte la concentrazione, l’ispirazione e la capacità di scrivere; nonostante il grande amore che lo legava a Bosie, l’autore lo considerò sempre un uomo “inferiore” per quanto riguardava la comprensione e la creazione dell’arte. Sono infatti spesso evidenziate, soprattutto nella prima parte del testo, le differenze tra i due: pur appartenendo alla stessa classe sociale, Wilde era un ragazzo dedito allo studio e alla creazione di opere d’arte, mentre Alfred era piuttosto pigro e frivolo; Wilde si descrive come un uomo gentile e premuroso, soprattutto nei confronti dell’amato, mentre Alfred viene visto come un vanitoso, violento e irascibile, in grado di provare amore solo per il denaro e per la bella vita. Il De Profundis non è tuttavia una lettera d’accusa: l’autore riconosce anche i suoi sbagli nell’aver sempre appoggiato, aiutato e perdonato Alfred, anche quando nessun’altro lo avrebbe fatto. La lettere, quindi, più che puntare il dito contro un uomo che ancora possedeva il cuore dello scrittore, vuole essere un rimprovero paterno, in grado di mostrare con parole malinconiche ma sagge e ben studiate quali siano stati gli errori più grandi di entrambi. Ne è prova la conclusione della lettera, dove lo scrittore incoraggia Bosie a non pensare più al passato, ma a superarlo e ad andare avanti. 
Oscar Wilde e “Bosie”
Quando Wilde venne scarcerato, l’opera, che aveva inizialmente il titolo Epistola: In Carcere et Vinculis, venne affidata ad un amico dello scrittore, Robert Ross, con il compito di farne due copie, una delle quali da spedire a Bosie. Non è ben chiaro se l’uomo ricevette o meno la lettera: dichiarò infatti inizialmente di averla bruciata senza nemmeno aprirla, ma poi ritrattò, affermando di non averla nemmeno ricevuta. Per quanto riguarda la tormentata storia d’amore tra i due, Wilde decise infine di non rivedere mai più l’uomo che l’aveva fatto non solo imprigionare, ma anche andare in bancarotta. Descrisse infatti il periodo passato con Bosie come “la più amara esperienza di un’amara vita”. La prima versione della lettera fu pubblicata cinque anni dopo la morte di Wilde, nel 1905, ma non si trattava di quella originale: Robert Ross tolse infatti ogni possibile riferimento ad Alfred e alla sua famiglia. Robert donò però il manoscritto al British Museum, proibendone la diffusione prima dell’anno 1960. Solo nel 1962, quando venne preso in esame il manoscritto appartenete al British Museum, la lettera originale, priva di qualsiasi correzione o cambiamento, fu finalmente pubblicata.

In arrivo detrazioni fiscali per chi compra libri

Ieri, il ministro per lo Sviluppo economico Flavio Zanonato ha annunciato che è in arrivo, per coloro che acquistano libri, la possibilità di detrazioni fiscali pari al 19%, motivando così la sua proposta: “aiutare la lettura e le librerie; quelle che non appartengono a catene stanno particolarmente soffrendo”.
La misura è collegata alla Legge di Stabilità, oggi all’esame del Consiglio dei Ministri.
A seguito degli incontri tenutisi tra i rappresentanti della filiera del libro in Italia e il ministro, il presidente dell’Associazione Librai Italiani Alberto Galla ha così commentato la decisione di Zanonato: “l’annuncio conferma che il ministro ci ha ascoltato. Si tratta di un segnale positivo. Finalmente abbiamo un governo attento alla cultura e alla diffusione della lettura“.
Da questa proposta sono, per ovvi motivi, esclusi tutti i testi in formato digitale, gli e-book in particolare.
Se davvero ci sarà la possibilità per il popolo dei lettori italiani di alleggerire la spesa dedicata ai libri, il mercato editoriale non potrà che trarne giovamento.
L’editoria italia, oberata da costi di gestione e produzione divenuti insostenibili e colpita dal crollo delle vendite è al collasso.
A soffrire maggiormente sono però le realtà più piccole che hanno resistito alla dilagante diffusione dei grandi gruppi multimediali, nazionali e non. 

Lucia Piemontesi

Anche le fiabe diventano grandi: le rivisitazioni moderne di Angela Carter

Chi da bambino non ha ascoltato, magari rannicchiato sotto le coperte, le fiabe popolari? Cappuccetto Rosso, Barbablù, Pollicino, Biancaneve, e via dicendo?
Proprio di queste storie si è occupata Angela Carter (1940 –1992), giornalista e scrittrice inglese. Una grande parte della sua produzione letteraria si lega infatti alle fiabe classiche, che l’autrice amava non solo tradurre (in particolare quelle di Perrault dal francese), ma anche riscrivere e reinterpretare in chiave a volte femminista, a volte erotica, altre semplicemente moderna. I racconti della scrittrice – storie non più soltanto per bambini, ma indirizzate più che altro ad un pubblico adulto – riprendono costantemente i temi a lei più cari: l’identità, sempre in continua evoluzione; la femminilità, che trionfa sul maschilismo in una nuova inversione delle parti (siamo negli anni Settanta); e la bestialità, che si può associare a molti dei personaggi da lei creati. Inoltre, una caratteristica portante delle opere dell’autrice inglese è il fatto di ritrovarsi continuamente al limite di due categorie: i suoi personaggi oscillano tra l’uomo e la donna, tra l’umano e l’animale, tra la realtà e l’illusione e, soprattutto, tra copia e originale, fiaba popolare e sua rielaborazione.


L’opera più conosciuta di Angela Carter è probabilmente la raccolta di racconti La camera di sangue (1979), il cui titolo fa riferimento all’omonimo componimento, il primo e più lungo di tutta la serie. Il libro comprende dieci brevi storie – ispirate alle fiabe più famose – scritte in modo ibrido, con strutture e toni differenti che passano dal comico al fantastico. Il genere letterario di queste opere non è quindi del tutto definibile in quanto spazia dal realismo magico al gotico, dalla fantascienza al genere erotico. Lo scopo di questi racconti “moderni” non è quello di rappresentare una riscrittura per adulti dei componimenti per bambini, ma di far uscire dalle fiabe popolari il loro contenuto latente, generalmente ignorato.

I dieci racconti presenti nella raccolta sono La camera di sangue, ispirato a Barbablù; La corte di Mr. Lyon e La sposa della tigre, rivisitazioni della fiaba tradizionale de La Bella e la Bestia; Il gatto con gli stivali, una versione piuttosto comica dell’omonima fiaba; Il re degli elfi, che si lega alle fiabe folkloristiche; La bambina di neve, una breve variante dark e misteriosa di Biancaneve; La signora della casa dell’amore, liberamente ispirata a La Bella Addormentata nel bosco, ma con un risvolto più vampiresco; Il lupo mannaro, dove la fiaba di Cappuccetto Rosso viene stravolta e la nonna viene trasformata nel principale nemico; La compagnia di lupi, una versione di Cappuccetto Rosso in cui il lupo diventa uno dei personaggi più importanti ed enigmatici; e Lupo-Alice, un racconto che si ispira a Cappuccetto Rosso, Alice nel Paese delle Meraviglie e Il libro della giungla.


La storia che chiude la raccolta è appunto Wolf-Alice, Lupo-Alice. La favola narra di una bambina, chiamata Lupo-Alice, che crede di essere un lupo: è infatti cresciuta allo stato brado con questi animali e si ritiene quindi parte della loro specie. Un giorno però viene ritrovata da degli esseri umani in una tana ed è così salvata e portata in un convento, dove delle suore decidono di accudirla. Lupo-Alice non ha però nulla di umano: le sue tutrici cercano di educarla ed umanizzarla, ma le uniche azioni che riesce ad imparare sono sedersi, nutrirsi e occuparsi della propria igiene personale. Dati gli scarsi risultati ottenuti nella formazione della piccola, questa viene trasferita nella casa di un Duca dai tratti vampireschi (dorme infatti di giorno e si nutre di cadaveri durante la notte) il quale è totalmente indifferente alla presenza della bambina. La protagonista sembra assumere dei tratti vagamente umani solo quando, una volta avuto il primo ciclo mestruale, inizia a porsi delle domande e ad imparare lo scorrere del tempo: l’eterno presente in cui Lupo-Alice viveva diventa a questo punto un tempo ciclico, che è in grado di riconoscere e con cui familiarizza. Un oggetto complice della crescita della ragazza è lo specchio: inizialmente la protagonista vede in esso soltanto la figura di un’insolita amica con cui giocare ma, successivamente, osservando i propri cambiamenti fisici, comprende quale sia la sua vera funzione e impara a riconoscere la propria immagine riflessa. Il totale distacco della bambina dal mondo animale avviene quando, trovato un vecchio abito bianco appartenuto alla nonna del Duca, lo indossa e si osserva allo specchio; in questo modo Lupo-Alice riesce a comprendere in modo definitivo quale sia la sua reale identità, umana e femminile, e lo fa non attraverso un’istruzione morale, ma in completa autonomia. 

Quando un giorno il Duca viene ferito da un colpo di fucile, si instaura tra i due personaggi un primo vero rapporto. La ragazza si prende infatti cura di lui, probabilmente vedendo nell’uomo qualcosa di molto simile a lei: il Duca ferito viene infatti paragonato ad un lupo intrappolato in una tagliola e ad una donna in travaglio sanguinante, condividendo in questo modo con Lupo-Alice l’animalità e la femminilità. Comprendendo il dolore dell’uomo, la ragazza lecca le ferite del Duca, mentre lo specchio posto davanti a loro riflette soltanto l’immagine di lei. Ma, mentre la ragazza lecca affettuosamente i tagli dell’uomo cercando di placare la sua sofferenza, il riflesso di lui comincia pian piano ad apparire, come riportato in vita dalle attenzioni amorevoli di lei. Lo specchio è quindi l’oggetto chiave che riconduce i due personaggi al mondo umano: Lupo-Alice riesce attraverso di esso a riconoscere la propria immagine e a prendere coscienza della propria femminilità, mentre il Duca appare nello specchio solo nel momento in cui si rende conto che il suo corpo è degno di essere amato, ed è quindi a tutti gli effetti umano. Proprio guardando verso lo specchio il racconto si chiude, descrivendo il viso del Duca che vi appare pian piano.

Calvino e l’insanabile dissidio dell’uomo contemporaneo

Il visconte Medardo di Terralba parte per una guerra tra cristiani e turchi dove, in seguito ad uno scontro svoltosi in Boemia, viene letteralmente “dimezzato” da una palla di cannone. Il visconte che fa ritorno al suo castello ed alle sue terre è, ora, un “essere a metà”, alla ricerca della sua parte mancante: ha inizio così questa fiaba densa di fantasiose allegorie di Italo Calvino, prima della trilogia “I nostri antenati”, comprendente anche “Il barone rampante” e “Il cavaliere inesistente”. Il nostro “Don Chisciotte malvagio”, che lotta prima di tutto con se stesso per ritrovarsi, inizia a compiere una serie di azioni deplorevoli, rivolte contro parenti, sudditi e popolazioni limitrofe. 

Ma Medardo il Buono, parte complementare del visconte dimezzato, è inaspettatamente sopravvissuto alla guerra. Costui si rivela tanto buono e virtuoso quanto l’altra parte, invece, crudele e spietata. Entrambi, profondamente innamorati della giovane Pamela, finiscono, inevitabilmente, per sfidarsi a duello e, dopo essersi vicendevolmente feriti, vengono riuniti in un unico essere dal dottor Trelawney: solo così Medardo può, finalmente, aspirare ad esistere in una nuova completezza… 
Con una scrittura originale e frizzante, sempre all’insegna di una modernità fresca e leggera, Calvino ci consegna una storia tanto divertente quanto coinvolgente che, giocando sui contrasti e sugli effetti di sorpresa, porta alla ribalta un tema significativo, tanto più se contestualizzato nell’ambiguità della realtà contemporanea: infatti, “tutti ci sentiamo in qualche modo incompleti, tutti realizziamo una parte di noi stessi e non l’altra”. 
È il problema dell’uomo contemporaneo dimezzato, dell’intellettuale “alienato” da se stesso e dal contesto sociale che interessa al nostro autore, non la banalità dello scontro bene-male; quest’ultimo è solo uno strumento creativo, il procedimento narrativo di cui egli si serve nel tentativo di mostrare che l’equilibrio ritrovato, forse, è la sola possibile felicità “in questo nostro mondo pieno di responsabilità e di fuochi fatui”.

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Lettura e Orgasmo con il progetto "Hysterical Literature" di Clayton Cubitt

L’isteria, una serie di attacchi nevrotici intensi che si pensavano quasi esclusivamente femminili (hysteron è appunto il greco di “utero”), fu studiata intensamente dai medici dell’età vittoriana, i quali si dedicarono alla cura per mezzo di manovre che miravano alla stimolazione genitale fino al raggiungimento del “parossismo isterico“.
Clayton Cubitt, fotografo, scrittore e regista americano, nel 2012 ha dato il via ad un progetto chiamato Hysterical Literature che coinvolge l’universo intimo della donna e, appunto, la letteratura.
La sua idea consiste in una serie di video. La scena è sempre la stessa: filtro in bianco e nero e una donna che legge ad alta voce il suo libro preferito seduta ad un tavolo. Fin qui la letteratura. L’isteria, che riprende la definizione ottocentesca, viene dopo qualche minuto, quando la donna, durante la lettura, non riesce a contenersi. Sotto al tavolo, infatti, viene stimolata sessualmente con un vibratore e raggiunge l’orgasmo.
Lungi dall’essere associato alla pornografia, Cubitt realizza queste riprese bicromatiche, spoglie, quasi fotografiche, dove ciò che si vede sono soltanto il tavolo, la donna e il libro. Tutto reso il meno provocante possibile.
Prendendo in considerazione i diffusi autoscatti noti sul web come selfies, l’artista ha cercato un modo per impedire al soggetto ritratto di mantenere quella posizione. Dopo vari tentativi insoddisfacenti per la sua ricerca (come i suoi Long Portraits) ha pensato di isolare la donna in modo da evitare il più possibile ogni tipo di imbarazzo e fare in modo che tutto si svolgesse con naturalezza. In questo modo si entra nel cuore del progetto: individuare la reazione di chi guarda rispetto all’accostamento di due aree di solito così distinte come la cultura e la sessualità.
Partendo dalle selfies, passando per il rapporto delle donne con il proprio corpo e con la propria mente fino ad espandere la ricerca a chi assiste alla scena, insomma, Clayton Cubitt fa una vera e propria esplorazione antropologica. 

I massacri dell’Italia post-unitaria

Se si pensa all’unità di Italia le prime cose che vengono in mente sono i grandi nomi degli artefici di questa impresa, come Garibaldi, Mazzini, Cavour; viene in mente un bel quadro idilliaco in cui sono raffigurati mille valorosi combattenti che unificano la penisola e ci rendono finalmente tutti italiani. Ma come sempre, in queste situazioni, non si pensa mai né al prima né al dopo. Cosa è successo all’indomani dell’unità? Affrontare in questa sede un argomento così vasto e complesso sarebbe da folli; mi limiterò a dare qualche numero. Conoscere il numero esatto delle vittime è impossibile: ma esse si possono facilmente desumere dalle forze impiegate per sopprimere i vari movimenti che attraversarono la penisola.
Vittime? Quali vittime, vi domanderete. Come se attraversare l’Italia vestiti di rosso bastasse per risolvere i problemi di un territorio così vasto mai stato unito prima. Qualche dato: nel 1861 gli italofoni non superavano il 2% della popolazione; l’arretratezza economica del paese era imbarazzante; l’agricoltura era il settore dominante, mentre le fabbriche quasi non esistevano; nel Meridione il tasso di analfabetismo toccava il 90% della popolazione; il divario tra Nord e Sud era, come tutti sappiamo, nettissimo.
Tutti questi problemi portarono a disordini e squilibri di vario genere: nel Meridione, a seguito dell’inasprimento del carico fiscale e dell’introduzione della leva obbligatoria, sorse il fenomeno del brigantaggio. In un solo anno (1860-61) nell’ex Regno delle Due Sicilie ci furono 8964 fucilati, 10.000 feriti, 6112 prigionieri. I briganti, appoggiati dal clero e dalla comunità, diedero il via a una vera e propria guerra civile: dinnanzi alla minaccia di una restaurazione borbonica il governo reagì duramente. Nel 1865, non sapendo come gestire la situazione in modo pacifico, il primo ministro Urbano Rattazzi inviò con poteri assoluti il generale Alfonso La Marmora a reprimere il movimento, impiegando 120.000 soldati. L’anno dopo, scoppiata un’insurrezione a Palermo, furono impiegati altri 40.000 soldati e la marina bombardò la città siciliana. 
Tralasciando la Terza guerra di indipendenza (in qualche modo si doveva completare l’unificazione, no?), lasciando un attimo da parte le gloriose avventure coloniali (Dogali e Adua, presso la quale morirono 16.000 italiani, vi ricordano qualcosa?) passiamo ai Fasci siciliani. Ancora una volta nell’isola, a seguito dell’inasprirsi delle condizioni di vita, nacque un’associazione di lavoratori che presto si tinse di socialismo. Il movimento crebbe a dismisura: ma Giolitti decise di non spargere sangue e seguire una via diplomatica. Subito il Parlamento si scandalizzò e decise di rimpiazzare Giolitti con Crispi (rimandiamo i giudizi su quest’ultimo). L’agrigentino, come era solito fare, proclamò lo stato di assedio in Sicilia e inviò 30.000 soldati a sedare le manifestazioni. 
Finiamo il nostro excursus, che di per sé è un climax ascendente di morti e stupidità, con la ciliegina sulla torta: la protesta dello stomaco. Nel 1898, a quasi quaranta anni dalla agognata unità, il pane subì un clamoroso rincaro e il popolo scese in piazza per protestare. Il governo affibbiò la colpa ai soliti socialisti, arrestando esponenti del partito qua e là, senza capire che la protesta era del tutto spontanea. A Milano, Di Rudinì, subentrato nuovamente a Crispi (che fantasia questi presidenti), diede l’ok al generale Bava Beccaris per fare fuoco con i cannoni sui manifestanti. Non si seppe mai il numero esatto delle vittime, ma sicuramente si supera il centinaio. 
Certamente un errore, un’azione da non rifare mai più. E invece Umberto I, con somma bontà d’animo e amore per i sudditi, definì “una brillante azione militare” quella di Beccaris, il quale fu insignito di un’alta onorificenza dal suo re. Non credo ci sia più bisogno di commenti.

Giulia Bitto

I Parchi Letterari: la tutela dei luoghi narrati da scrittori e poeti

Lo sapevate che magari proprio nella vostra città (o poco distante) avreste la possibilità di visitare ed apprezzare uno dei 18 Parchi Letterari presenti in 11 regioni del nostro Paese? <<Ma che cosa sono questi Parchi Letterari?>>, vi potreste domandare a questo punto. Ecco come è nato il progetto.

Nel 1976 il terremoto distrusse il Castello di Colloredo di Montalbano in Friuli dove Ippolito Nievo scrisse le sue Confessioni di un italiano ed un suo parente, lo scrittore Stanislao Nievo, sentì la necessità e l’esigenza di preservare e custodire le storie letterarie e le vicende umane che ogni singola pietra del castello racchiudeva in sé, goccia ed eco di un passato che si respirava ancora nell’aria.
In origine il progetto nacque in ambito editoriale ma divenne ben presto una realtà territoriale estesa dal Nord al Sud dell’Italia, nel ricordo e nella celebrazione dei luoghi che hanno ispirato poeti e scrittori lungo i secoli, da Pitagora a D’Annunzio, da Virgilio a Pasolini, da Verga a Quasimodo.
Dall’estate del 2009 ad occuparsi del la gestione e del coordinamento dell’iniziativa è la società Paesaggio Culturale Italiano Srl, nata con l’intenzione di creare delle vere e proprie mete di un turismo culturale, sostenibile e responsabile che possa rappresentare anche una concreta possibilità di sviluppo per le comunità e le imprese locali strettamente irrelate ai territori interessati.

Il progetto si propone di far rivivere e “parlare” luoghi divenuti celebri grazie a narrazioni e racconti di poeti e scrittori. Che siano ruderi, palazzi, campagne, città o periferie, questo non ha importanza: si mostrano ai visitatori come un’inestimabile patrimonio specifico e testimone dei valori naturali, culturali e storici delle comunità locali.

<<I Parchi Letterari assumono il ruolo di tutela letteraria di luoghi resi immortali da versi e descrizioni celebri che rischiano di essere cancellati e che si traducono nella scelta di itinerari, tracciati attraverso territori segnati dalla presenza fisica o interpretativa di scrittori. Un singolare percorso che fa rivivere al visitatore le suggestioni e le emozioni che lo scrittore ha vissuto e che vi ha impresso nelle sue opere>>, così Stanislao Nievo spiegava l’iniziativa.

Molto interessante si rivela anche il simbolo utilizzato: si tratta dell’Albero del Viaggiatore, come viene comunemente chiamato il Ravenala che cresce in Madagascar e le cui foglie concave raccolgono e conservano la rugiada per nutrire il viandante. Sono nove le foglie nel disegno del marchio, ciascuna associata al nome di una Musa greca, somme rappresentanti del sapere umano: Polimnia, Calliope, Clio, Tersicore, Urania, Euterpe, Talia, Erato e Melpomene.

<>, scriveva sempre Stanislao Nievo. 

Allora non perdete l’occasione di conoscere profumi, paesaggi e suoni che hanno toccato in profondità le menti e gli animi delle grandi intelligenze letterarie dei più diversi secoli e periodi della storia umana! Il sito www.parchiletterari.com vi informerà sul Parco Letterario più vicino a voi e vi aggiornerà sulle iniziative e sulle manifestazioni organizzate nello stesso. 
Lucia Piemontesi