L’incubo notturno di Johann Heinrich Fussli

An sint unquam daemones incubi et succubae, et an ex tali congressu proles enasci quaet?

“Ci si chiede se esistano i demoni, incubi e succubi, e se dal connubio con essi possa nascere prole”. Questa questiones, posta dal dotto gesuita Antonio Delrio (1551-1611) nel suo trattato Disquisitiones Magicae, definisce la sintomatologia dell’infezione stregonesca, aprendo ideologicamente la via all’inquisizione, che terrorizzerà e tormenterà il mondo fino agli inizi del diciannovesimo secolo.

Questo tentativo di “fondere un mondo visibile e un mondo invisibile senza sfidare la verosimiglianza” (R.Hunt) sarà la tematica centrale della pittura dello Svizzero Fussli (Zurigo 1741-Londra 1825), vero e proprio pioniere del lato oscuro dell’arte. Pur rappresentando elementi fantastici infatti, il pittore di Zurigo non li estrapola completamente dalla realtà, pur mettendo in scena una sorta di “storia umana parallela” non dà, infatti, la sensazione di raffigurare cose a noi sconosciute, e quest’incredibile familiarità emotiva, che lega l’osservatore alle sue opere, è il filo conduttore di tutta la sua arte. Puro terrore, onnipresenza dell’orrido, assenza totale della ragione.
Fussli si afferma come pittore di storie antiche, medievali, dantesche, miltoniane, ma le sue opere più interessanti sono quelle che liberano l'”io” del sogno visionario, quel momento in cui ognuno di noi è solo, fragile, indifeso, quel momento dove l’inconscio prevale sulla ragione, in un affiorare di istinti segreti e animaleschi. In “Incubo notturno” Fussli va alla ricerca delle cause e degli effetti del maligno in ambito onirico/psicologico, che porterà alla definizione di uno sconcertante rapporto causa-effetto tra sogno e realtà.
Il quadro mette in scena un forte conflitto fisico e cromatico tra le tre figure principali dell’opera, che formano un triangolo irregolare il cui vertice è rappresentato da una luminosissima (brilla di una luce innaturale) figura femminile, presentata in una posizione assolutamente innaturale, esanime, in preda a profondissimi sconvolgimenti della psiche e del corpo. La donna è sovrastata da un demone cromaticamente caldo, dai lineamenti ben definiti, affiancato da un cavallo che emerge dall’oscurità, rappresentato con colori freddi e contorni confusi. Immediatamente si viene colti da un terrore irrazionale, confuso, ma allo stesso tempo eterogeneo, frutto di diverse sfumature del sentimento annichilente per eccellenza:
– Abbiamo il terrore d’impeto, lo spavento, la paura istantanea e adrenalinica rappresentata dal cavallo.
– Un terrore disperato, che scaturisce dall’assenza di speranza, quella disperazione straziante che si prova nel vedere qualcuno sprofondare, impotenti, rappresentato dalla figura femminile.
– Un terrore sublime (attrazione e repulsione) che scaturisce dal demone, che gioisce e si abbandona in un ghigno tanto terrificante quando magnetico.
La donna infatti, non è artefice del sogno, ma vittima, in quanto la sua psiche (rappresentata dal nero della tenda) è suggestionata e condizionata dal male incarnato nel demone (che invece è concreto, è presente, è fisico, tanto da lasciare un affossamento nella veste). Forte è il richiamo alla mistica e alla superstizione medievale, che credeva nell’esistenza di demoni chiamati incubi soliti possedere ed ingravidare giovani vergini nella notte, che spingono Fussli a fare dell’essere maligno il vero protagonista della scena, di cui è padrone, dominatore, predatore. L’incubo è quindi la personificazione del sublime: attrae ed è attratto, repelle per la sua malvagità ma incuriosisce per il suo conturbante compiacimento. In definitiva ne si rimane incuriositi e affascinati, così dal demone, così da tutte quelle cose oscure e proibite del mondo dello spirito e della materia.

Francesco Bitto
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