Giuseppe Pinelli: morte (per niente) accidentale di un anarchico.

Pochi giorni dopo il ricordo della strage di piazza Fontana la memoria torna, inevitabilmente, ai fatti che seguirono quella notte del 12 dicembre 1969, per l’esattezza tre giorni.
E’ da poco passata la mezzanotte del 15 dicembre e un altro rumore, questa volta più sordo e sommesso, turba la notte di Milano.
Dalla finestra del quarto piano della questura del capoluogo lombardo precipita un corpo che si schianta nel cortile interno dell’edificio.
Si tratta del ferroviere anarchico, Giuseppe Pinelli, che dopo l’esplosione che ha squarciato l’edificio della Banca dell’Agricoltura è stato condotto in questura, dove è stato trattenuto per tre giorni per essere sottoposto ad accertamenti insieme ad altri esponenti dei club anarchici e della sinistra extra parlamentare.

E’ la pista anarchica infatti quella verso cui convergono gli sforzi investigativi delle autorità per trovare il colpevole della strage di piazza Fontana.

Il primo della lista nera degli indiziati è Pietro Valpreda, compagno di Pinelli del circolo anarchico Ponte della Ghisolfa.

E’ questo il motivo per il quale Pinelli viene trattenuto in questura molto più degli altri e viene messo sotto torchio.
L’anarchico Pasquale Valitutti, uno dei tanti fermati che tra il venerdì delle bombe ed il lunedì successivo hanno riempito le camere di sicurezza della questura, ha poi dichiarato: «Domenica pomeriggio ho parlato con Pino (Pinelli) e con Eliane, e Pino mi ha detto che gli facevano difficoltà per il suo alibi, del quale si mostrava sicurissimo.
Mi anche detto di sentirsi perseguitato da Calabresi e di avere paura di perdere il posto alle ferrovie.
Verso sera un funzionario si è arrabbiato perché parlavo con gli altri e mi ha fatto mettere nella segreteria che è adiacente all’ufficio di Pagnozzi (un’altro commissario dell’ufficio politico n.d.a); ho avuto occasione di cogliere alcuni brani degli ordini che Pagnozzi lasciava ai suoi inferiori per la notte.
Dai brani colti posso affermare che ha detto di riservare a Pinelli un trattamento speciale, di non farlo dormire e di tenerlo sotto pressione per tutta la notte».

Il primo a vedere il corpo ormai quasi senza vita di Pinelli è Aldo Palumbo, cronista milanese dell’Unità. La versione rilasciata dalla questura riguardo all’accaduto non convince.

Troppe le discrepanze, troppi dietrofront nelle dichiarazioni: “Pinelli ha avuto un malore ed è caduto” poi “Si è visto messo alle strette, il suo alibi non reggeva e si è lanciato” e ancora “E’ andato verso la finestra e si è buttato prima che riuscissimo ad intervenire” poi “Abbiamo provato a fermarlo e nel tentativo al brigadiere Panessa è rimasta una scarpa in mano”.
L’ultima dichiarazione è presto smentita da Palumbo che sostiene, essendo stato il primo a sopraggiungere sul posto, che entrambe le scarpe erano ai piedi della vittima stesa al suolo.
Le altre non convincono, anzi si sfarinano di fronte all’evidenza. Pinelli era un uomo dal carattere tenace e maturo, sposato con figli, non ha mai dimostrato tendenze suicide.

Ma c’è dell’altro. Dalla dinamica del’incidente si evince che nella caduta Pinelli scivola letteralmente lungo il muro e rimbalza sui cornicioni sotto la finestra, segno che non c’è stato alcuno slancio al momento della caduta.
A condurre l’interrogatorio è .appunto, il commissario di pubblica sicurezza Luigi Calabresi, che rimarrà lui stesso vittima del terrorismo, assassinato tre anni più tardi mentre si accingeva a salire nella sua auto.
Poco chiaro però il ruolo (e la responsabilità) che ha avuto Calabresi all’interno del caso Pinelli.
E’ lui il primo bersaglio delle accuse di omicidio sollevate dalla sinistra extra parlamentare e lui che pagherà con la vita reo di aver permesso l’ omicidio di stato.

Ma, stando al racconto di Luigi Calabresi, direttore del quotidiano la stampa, figlio del defunto commissario, tra Pinelli e Calabresi intercorreva un rapporto di stima, sfociato in uno scambio di testi letterari.
Forse sia Pinelli che Calabresi sono vittime di quel cerchio di violenza che si è aperto con la bomba di piazza Fontana ed è terminato nel 1975 con l’incriminazione degli esponenti di Lotta Continua: Adriano Sofri, Ovidio Bompressi, Leonardo Marino e Giorgio Pietrostefani, mandanti ed esecutori dell’omicido Calabresi.
Ma se ai responsabili della morte del Commissario Calabresi è stato dato un volto ed un nome e per loro è stata emessa una condanna, per la morte di Giuseppe Pinelli, ferroviere anarchico, ci sono state solo assoluzioni e nessun colpevole.
In molti tra intellettuali e militanti hanno raccontato e cantato di Pino, morto senza colpa nei locali della Questura di Milano. Ricordiamo tra tutti la piece teatrale di Dario Fo “Morte accidentale di un anarchico” e la “Ballata del Pinelli” di Claudio Lolli.
Giustizia non è stata fatta, la strage di Stato resta impunita, a noi il dovere della memoria.

Antonio Saggese

Salvini attacca l’euro:"Crimine contro l’umanità"

Gravi parole di Matteo Salvini al congresso federale straordinario della Lega, nel quale l’attuale segretario, che alle primarie del Carroccio con oltre l’82% delle preferenze aveva battuto Bossi, è stato confermato nel suo ruolo. “Stiamo assistendo a un attacco mediatico senza precedenti contro la Lega da parte dei giornalisti italiani e romani. Dal prossimo congresso sarà ammesso in sala stampa solo chi mostra obiettività” – sostiene Salvini – “perché noi non ci arrendiamo fino all’indipendenza, la Padania è pronta a mobilitarsi con migliaia di sezioni pronte alla lotta. Chi attacca il Nord e arresta i nostri sindaci deve iniziare a tremare”.
Sull’euro Salvini non risparmia critiche:”Non lo accettiamo, è un crimine contro l’umanità. Dobbiamo far saltare l’euro e poi potremo riprendere la nostra lotta per l’indipendenza. La Lega ha salvato questo stato ladro dal tracollo” – dice il segretario – “e fanno pure le indagini sui rimborsi facili. Non dobbiamo giustificarci di nulla, con la Lega si risparmia.” – sostiene rivolgendosi a Cota, al centro di un’inchiesta della Procura di Torino -. “Gli altri Stati, uscendo dall’euro, recupereranno la sovranità nazionale ma a noi l’Italia non interessa, vogliamo la Padania libera e sovrana” -conclude un invasato Salvini. Parole di rara gravità che non mancheranno di scatenare polemiche nelle prossime ore. 
Roberto Saglimbeni

Letta su Twitter:"Abolito il finanziamento pubblico!"

Nell’era del postmoderno politico, è inevitabile che l’annuncio arrivi via Twitter. Sono circa le 10 quando Enrico Letta, presidente del Consiglio dei Ministri, cinguetta:”Avevo promesso ad aprile abolizione finanziamento pubblico ai partiti entro l’anno.L’ho confermato mercoledì.Ora in cdm manteniamo la promessa”, seguito a ruota da Angelino Alfano, ministro dell’Interno:”In CdM abbiamo appena abolito il finanziamento pubblico ai partiti. Per decreto. Impegno mantenuto!”. Al di là della discutibile grammatica del primo tweet, sopratutto se paragonato coi discorsi del passato, quest’annuncio rappresenta una pagina più che storica del nostro paese. In che direzione lo vedremo col tempo.

I PRO – I primi a rilasciare dichiarazioni sono ovviamente i membri del governo. Gaetano Quagliarello, fedele al metodo di maggioranza, scrive così in 140 caratteri:”E una e’ andata: abolito finanziamento pubblico dei partiti! Ora avanti con la riduzione del numero dei parlamentari”, allegando un infantile #eccoifatti. Ma, più in generale, la scelta di abolire una modalità di sostentamento ai partiti cui già bocciata dal referendum del 1993 è vista come la prima vittoria di Matteo Renzi da segretario del PD. Dice Lorenzo Guerini, portavoce del “Rottamatore”:”Possiamo dire di aver raggiunto un primo importante risultato. Sorprende come Grillo continui a parlare e basta, senza fare fatti”.

I CONTRO – Sul piano delle reazioni negative si registra, in prima battuta, proprio quella del leader M5S che, tanto per cambiare su Twitter, definisce “l’ennesima presa per il culo” il decreto, chiedendo inoltre al PD la restituzione di 45 mln di euro attribuiti al partito per le ultime consultazioni elettorali. Più razionale la replica di Altero Mattioli di Forza Italia:”Letta e co. annunciano questo provvedimento con grande gioia ma io diffido: senza finanziamento pubblico i partiti saranno alla mercé di investitori privati che condizioneranno le loro scelte in Parlamento”. Critico anche Brunetta, che la mette sul piano procedurale:”Facendo un decreto il Governo cestina le Camere e le loro prerogative”.

IL PUNTO – Tra opposte fazioni è giusto precisare alcuni punti di questa controversa vicenda. Il provvedimento di Letta entrerà in vigore non prima del 2018, in quanto l’attuale normativa prevede i rimborsi elettorali fino al 2017, e non cancella la possibilità dei cittadini di versare il 2 per Mille ai partiti. D’altro canto più che fondati sono i timori di una deriva della politica che, non più incentivata dallo Stato, deve necessariamente andare a vendersi a sponsor e magnati interessati al guadagno e non al bene comune: era questa la ratio della norma che, nel 1974, introdusse il finanziamento pubblico. Sull’altro piatto della bilancia troviamo, tuttavia, non solo il referendum abrogativo del 1993 (con conseguente reintroduzione nel 1994 sotto forma di “rimborso elettorale”) ma anche il sentimento di una popolazione scoraggiata dai tanti, troppi scandali della politica. Si può essere più o meno d’accordo con questo provvedimento, ma la cosa certa è che, se dovesse essere convertito in legge, esso ha il sapore di un’atroce sconfitta per la classe dirigente. E, speriamo, che la sua precoce adozione non sia una resa lettiana ai Forconi…

Renzi subito al lavoro: ecco i nomi della sua squadra

Matteo Renzi non perde tempo e a meno di 24 ore dal successo delle primarie presenta la sua squadra in una conferenza stampa nel quartier generale capitolino del Pd.
Alla riunione erano presenti anche Epifani e lo sfidante Gianni Cuperlo ma non Giuseppe Civati che commenta ironico: “Non ne sapevo niente, cominciamo bene”.
Cinque uomini e sette donne tutti under 40 in nome di un pronto “rinnovamento” con tanto di saluti alla vecchia classe dirigente che “ora deve andare a casa”.
Escluso e risparmiato il premier Letta,  perché “almeno per ora la fiducia al governo non è all’ordine del giorno” – spiega Renzi – ieri i cittadini hanno voluto dire che arrivato il momento di fare sul serio e noi dobbiamo cogliere questa occasione”.
Al nuovo segretario del Partito Democratico vanno i complimenti del presidente Giorgio Napolitano che ha detto “ Ora lo attende un impegno di grande responsabilità”.
Si è invece svolto stamattina il tradizionale incontro con l’uscente Epifani per il passaggio di consegne e la presa di possesso dell’ufficio.
Questi i nomi che compongono la nuova segreteria del Pd:
  • Luca Lotti (Responsabile dell’organizzazione)
  • Maria Elena Boschi  (Riforme)
  • Filippo Taddei (Economia)
  • Stefano Bonaccini (Enti locali)
  • Francesco Nicodemo (Comunicazione)
  • Davide Faraone (Welfare e Scuola)
  • Marianna Madia (Lavoro)
  • Federica Mogherini (Europa)
  • Deborah Serracchiani (Infrastrutture)
  • Chiara Braga (Ambiente)
  • Alessia Morani (Giustizia)
  • Pina Picierno (Legalità e Sud)
  • Lorenzo Guerini (Portavoce della Segreteria)
Antonio Saggese

Renzi avverte il Pd: "non perda l’occasione di governare"

«O ora o mai più. Il Pd non si lasci scappare l’opportunità di governare». Matteo Renzi suona la carica, nel corso della trasmissione Piazza Pulita andata in onda ieri sera su La7, e avverte i suoi: «Se Grillo e Berlusconi vedono un governo instabile ci portano via di peso». Le primarie dell’otto dicembre sono alle porte e nel caso in cui Renzi dovesse spuntarla, già il giorno successivo, dopo che verranno resi noti i nomi che comporranno l’esecutivo, alla riunione dei gruppi parlamentari si discuterà il programma che dovrà seguire il governo Letta. «Io voglio che il Pd faccia le cose sul serio – ha dichiarato Renzi -. Se il partito non sfrutta questo momento, sarà spazzato via». Una nuova fiducia? La risposta alle questioni sollevate da Renzi non tarderà ad arrivare. L’undici dicembre infatti il Governo, con la maggioranza profondamente mutata con l’uscita del Pdl, dovrà nuovamente chiedere la fiducia alle due camere. Il “rottamatore” avverte il vice premier, Angelino Alfano: «Le cose da fare le decide il Pd che ha 660 deputati contro i trenta del nuovo centro-destra».

Niente scacco al Re. Renzi coglie l’occasione della diretta televisiva per rispondere alle allusioni di Alfano che nei giorni scorsi aveva dichiarato: «Se Renzi vuole la poltrona di Letta lo dica chiaramente». «Se vinco le primarie farò due passi indietro – ha risposto quindi il sindaco di Firenze – e andremo avanti con Letta fino al 2015». Sulla questione della legge elettorale invece non ci sono dubbi per i renziani: «La camera ha fallito, siamo di fronte all’ennesimo rinvio. Ora la decisione deve passare subito alla Camera. Non c’è tempo da perdere». Napoleonico Renzi, non manca di lanciare il suo slogan: «È di sinistra chi abbassa le tasse, non chi le aumenta». Ma la voce di Giuseppe Civitati, altro candidato alla segreteria del Partito Democratico, nella dichiarazione rilasciata a Rainews, graffia renziani e cuperliani. «La proposta di Cuperlo ha alle spalle ancora tutto il gruppo dirigente storico – osserva – mentre Renzi ha una proposta diversa, ma ha sbagliato: il suo è un carro pesantissimo, ormai. È ormai un lungo tir con davanti e dietro due staffette: franceschiniani e lettiani. Non è un Renzi libero come lo avete conosciuto. ma un Renzi appesantito». Non ci resta che aspettare l’otto dicembre per capire quale sarà la fine del governo delle larghe intese, tanto auspicato per risolvere la crisi quanto lacerato internamente da posizioni politiche inconciliabili.

Antonio Saggese

La Nuvola "mangia-soldi" dell’EUR: storia del palacongressi inesistente

Doveva essere un simbolo. Un po’ come il Ponte, la Salerno-Reggio Calabria, la TAV. Doveva essere un simbolo, ma è passato così tanto tempo che nessuno si ricorda più di cosa.  La “Nuvola” dell’Eur, il palacongressi innovativo che avrebbe dovuto cambiare Roma, da sinonimo di leggerezza è diventato un nuvolone nero e carico di soldi pubblici che si trascina stancamente da più di 13 anni alla ricerca di fondi. “Colpa del costruttore!” – sostiene l’architetto, Massimiliano Fuksas – “Lui è incompetente” – rilanciano dalla Condotti Spa, l’azienda incaricata di portare a termine un’opera che, fosse solo per i tempi, risale ormai a un’epoca più che antiquata.

Era infatti il 1998 (!) quando il Comune di Roma e l’odierna EUR Spa indissero un bando di gara per la realizzazione di un nuovo Palacongressi, ed era il 2000 quando la giuria, con a capo il celebre Norman Foster, assegnò la vittoria al romano Fuskas, ideatore della beneamata Nuvola. Poi 7 anni di silenzio e, infine, nel 2007, la posa della prima pietra alla presenza dell’allora sindaco Veltroni. Da quel giorno di oltre sei anni fa la Nuvola ha visto passare ben tre amministrazioni (Veltroni, Alemanno, Marino) e ha assorbito oltre 200 milioni di euro ma “ne servono altri 170 per portare a termine il progetto”, ricorda l’architetto. Con gli stessi soldi si potrebbero fare progetti di ogni tipo: ristrutturare scuole, pagare stipendi, finanziare fondi per studenti, invalidi, meritevoli, aiutare la ricerca e altre iniziative più o meno urgenti, ma noi siamo il paese delle nuvole e amiamo stare sulle nuvole: “Nuvole celesti, sono, Dee solenni degli scansafatiche. Esse le idee ci dànno, la dialettica, l’inganno, l’ingegno, la chiacchiera, il ghermire concetti, il dar nel segno!” (Discorso di Socrate da Le Nuvole, di Aristofane). 

Perché vedete, miei cari lettori, il fatto sconvolgente non è tanto (o non è solo) che in Italia ci si mettano 15 anni a costruire una struttura che “in Francia sarebbe pronta in due anni e mezzo” (cit. ing. Duccio Astaldi, costruttore della Nuvola). A Messina, per non scomodare l’eterna Sagrada Familia, ci hanno messo trent’anni a scopiazzare la linea del Palacultura cittadino dal Municipio di Boston (incluso, tra l’altro, tra i 10 edifici più brutti al mondo). Lo scandalo del progetto di Fuksas è come la capitale non sia stata in grado di proporre un piano correlato alla Nuvola che permettesse la riqualificazione del quartiere dell’EUR, non più periferia, ma vera e propria zona polifunzionale di Roma. Ma, come ci ricorda Giuseppe Pullara su Corriere.it, l’incapacità dei manager nostrani si misura anche in questo: pensate che La Lama, albergo annesso alla Nuvola, è a tutt’oggi invenduto. Come a dire: mentre non finiamo l’opera principale facciamo marcire tutto il resto…

Roberto Saglimbeni

Alfano si smarca da Forza Italia: ‘Non aderiremo’. Pronto il nuovo gruppo

E alla fine Angelino fece il gran rifiuto. E non “per viltade”, come il Celestino V di dantesca memoria, ma per la voglia, finalmente manifesta, di liberarsi dell’ingombrante e decadente presenza di Silvio Berlusconi. Senza timore di essere smentiti dalla storia, possiamo di certo affermare che ques’oggi, con l’annunciata composizione di un nuovo gruppo di centrodestra, l’epopea del berlusconismo si è avviata verso la rapida conclusione di un declino lungo ormai 5 anni. Forza Italia, PDL, poi di nuovo Forza Italia, nomi vecchi e nuovi per esprimere lo stesso concetto, la fiducia cieca in un leader che presto non sarà più senatore. E, al di là delle frasi di facciata (“Siamo e saremo sempre amici di Berlusconi”), il “tradimento” di Alfano assume contorni ben più gravi di quello, ormai storico, di Gianfranco Fini. Il delfino infatti, stanco di attese e gaffe, ha deciso di lasciare la nave che affonda: intorno al Cavaliere, ora, solo un esercito di teatranti che annuiscono.

La giornata si preannunciava tesa: lo scontro tra falchi e colombe era ormai inevitabile. L’ultimo tentativo di mediazione è saltato verso le 6. I lealisti hanno accusato gli “alfaniani” di voler vendere, con l’attesa e il silenzio, la pelle di Berlusconi al governo in cambio della stabilità: due ore dopo la scelta di formare un gruppo diverso, denominato provvisoriamente “Nuovo Centrodestra”. Formigoni azzarda i numeri:”Siamo 37 alla Camera e 23 al Senato, non c’è stata scissione perché il partito non c’è più”. Di certo Alfano, che può contare su Schifani e Lupi, conta di ingrossare le sue fila nei prossimi giorni, magari dopo il Congresso Nazionale di domani. Perché, a sentire i rumors, sarebbero molti i dubbiosi sulle scelte politiche dettate dal gruppo “fittiano” che ha preso il sopravvento nel partito. Si registra intanto la dura reazione di Bossi, che condanna Alfano come “10 volte traditore!”. Il ministro dell’Interno contrattacca:”Noi sempre rispettosi verso Berlusconi, ma non ci stiamo a un ritorno a Forza Italia”. Se sia il primo passo per una riforma della destra o per la formazione di un nuovo, grande centro si saprà nei prossimi giorni, a partire dalle reazioni del PD lettino alla vicenda, che segna uno spartiacque nelle vicende del paese.

D’Alema contro Renzi: ‘Come Virna Lisi, con quella bocca…’

Renzi accostato a Virna Lisi

“Renzi è povero di contenuti, quello che dice è già ampiamente nel patrimonio del PD. Non mi sembra che al suo successo mediatico corrisponda una pari capacità politica”. Duro e tagliente come non mai, Massimo D’Alema si scaglia contro Matteo Renzi. Facendo propria l’ironia alla Crozza il capo “oscuro” del PD sceglie la via dello scontro e bacchetta il lanciatissimo sindaco di Firenze. “Mi ricorda Virna Lisi, con quella bocca può dire ciò che vuole” ha detto D’Alema, citando la nota star degli anni ’60. 

“Il PD andrà alle elezioni in una grande coalizione” ha continuato l’ex premier “e non è detto che non sorga una candidatura alternativa, come è stata la sua nei confronti di Bersani: la sua premiership non è affatto scontata”. Pronta la replica del sindaco di Firenze: “Ho mandato dei fiori a Virna Lisi per scusarmi, mi dispiace per D’Alema, ho apprezzato anche i suoi sms dopo Fiorentina-Juventus… l’unica persona in Italia che somiglia a D’Alema è… D’Alema!”.
La faida a colpi di facile ironia tra due tra i maggiori esponenti di quello che dovrebbe essere il maggior partito italiano continua a dire molto sul futuro del PD. Che sia un altro indizio di un’imminente scissione?


Roberto Saglimbeni

Il Movimento 5 Stelle a confronto con se stesso: i problemi e le zavorre di cui deve liberarsi per poter spiccare il volo

Gianroberto Casaleggio e Beppe Grillo
Gli avvenimenti della giornata di ieri rappresentano un momento chiave per la vita ed il cammino del Movimento 5 stelle. La querelle scoppiata a proposito dell’immigrazione ha portato a galla tutte le controversie ed i problemi endemici del Movimento, esistenti da sempre ma rimasti per la maggior parte del tempo nell’ombra. Problemi che, adesso, sono tornati prepotentemente alla ribalta e necessitano di essere risolti. 
Ricapitoliamo i fatti: in risposta ai tremendi avvenimenti di Lampedusa, due senatori del M5S, Buccarella e Cioffi, hanno preso l’iniziativa presentando in Commissione Giustizia un emendamento alla legge Bossi-Fini che cancellasse il reato di clandestinità. Una modifica di importanza e portata enormi che, sorprendendo persino i suoi stessi fautori, è stata approvata dal Senato (grazie anche ai voti del PD e di SEL). 
Il coup de théâtre dei due senatori ha provocato la durissima reazione di Beppe Grillo e di Gianroberto Casaleggio, che hanno sconfessato in maniera perentoria gli Onorevoli tramite il blog ufficiale: ”La loro posizione espressa in Commissione Giustizia è del tutto personale. Non è stata discussa in assemblea con gli altri senatori del M5S, non faceva parte del Programma votato da otto milioni e mezzo di elettori, non è mai stata sottoposta ad alcuna verifica formale all’interno. […] Nel merito questo emendamento è un invito agli emigranti dell’Africa e del Medio Oriente a imbarcarsi per l’Italia.” 
Al contrario dei due leader, la base non è riuscita a mantenersi compatta come suo solito: l’intervento di Grillo ha scatenato reazioni contrastanti, mettendo da una parte i sostenitori dell’emendamento e dall’altra quelli del comico ligure. 
Questa spaccatura è più importante di quanto possa sembrare ad un esame superficiale. La questione dell’immigrazione è e resta uno degli spartiacque più importanti che dividono la Destra dalla Sinistra. È una questione chiave, dalle radici antiche, ed è uno di quei pilastri attorno ai quali lo scontro politico è più forte. Il Movimento ha basato la sua campagna elettorale sul presunto superamento dei concetti tradizionali di destra e sinistra, in favore di una politica volta all’esaltazione della morale, dell’onestà e alla creazione di una democrazia più “semplice” e diretta. La spaccatura avvenuta ieri (su cui si sta ancora discutendo) dimostra che forse gli ideologi del M5S si sbagliavano.
Le bare dei migranti morti nel recente disastro di Lampedusa

Destra e Sinistra sono vive e vegete, e stanno mettendo a dura prova l’intera dottrina del M5S: gli attivisti, che provengono da tutte le culture politiche, si stanno ritrovando divisi dalle vecchie “rivalità”. Le ideologie date per morte stanno resuscitando, dimostrando che, nonostante il forte collante rappresentato da Grillo e dalla grande carica antisistema di cui è dotato il Movimento, su alcune questioni gli attivisti la pensano in modo talmente diverso da stentare a credere che formino un unico partito. Questo problema, già presentatosi in tono minore su altre questioni, va adesso affrontato e risolto una volta per tutte. 

La seconda problematica del Movimento ha un nome ed un cognome: Beppe Grillo. Il leader del M5S non ha mai fatto mistero di essere contro il mandato libero in Parlamento (pratica antichissima e vero e proprio sale della democrazia rappresentativa), né di puntare al 100% dei voti in Parlamento. Quest’ultimo punto, in particolare, sembra influenzare in maniera troppo massiccia le sue decisioni e, di riflesso, le azioni dei portavoce a 5 stelle in Parlamento. 
A tal proposito, proprio l’intervento sul blog che ha sconfessato Buccarella e Cioffi si dimostra rivelatore: ”Se durante le elezioni politiche avessimo proposto l’abolizione del reato di clandestinità, il M5S avrebbe ottenuto percentuali da prefisso telefonico.” Grillo afferma dunque che il Movimento deve opporsi all’abolizione del reato di immigrazione clandestina non perché quest’ultimo sia giusto o utile, ma al fine di mantenere il consenso dell’elettorato. Pur restando ovvio e sacrosanto che un partito debba tenere conto di come le sue azioni influiscano sul consenso elettorale, la conquista dei voti non può essere l’unico obiettivo di una fazione politica. Le idee personali, l’educazione politica e soprattutto la ricerca del Bene comune devono essere le bussole di tutti i Parlamentari (non solo di quelli del Movimento) all’interno delle Camere. 
Agendo in maniera indipendente e non rinnegando le proprie azioni, Buccarella e Cioffi si sono guadagnati il rispetto di molti. Hanno anche scatenato un vespaio che mette il Movimento 5 Stelle con le spalle al muro, e lo obbliga a fare i conti con se stesso una volta per tutte: per raggiungere la maturità è necessario che la base del Movimento trovi un’identità politica, accettando l’esistenza di altre correnti di pensiero; e che Grillo e l’occulto guru Casaleggio si facciano da parte, accettando che i loro deputati abbiano delle opinioni e delle idee che, se lasciate libere di esprimersi, possono dare un sincero e serio contributo alla rinascita della politica italiana.
Giovanni Zagarella

Finanziamento pubblico ai partiti, buon senso VS populismo: chi l’ha spuntata?

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Vi avevamo già parlato della questione dei finanziamenti pubblici ai partiti, evidenziando come il sistema in vigore in Italia fosse marcio e da riformare, ma non da abolire completamente; a due mesi di distanza, e dopo la presentazione di un nuovo disegno di legge da parte del governo Letta, torniamo ad analizzare la situazione. Per vedere di capire chi, questa volta, abbia vinto l’eterna lotta tra buon senso e populismo.
Il ddl, approvato ieri dal Consiglio dei ministri, prevede l’abolizione graduale del finanziamento così come lo conosciamo, che scomparirà definitivamente nel 2016. Esso sarà sostituito da un sistema di donazioni volontarie, come ad esempio il 2×1000, accompagnate da forti detrazioni fiscali sulle donazioni effettuate dalle persone fisiche ai partiti. Sono inoltre previsti obblighi di trasparenza sulle donazioni: tutti i dati riguardanti gli introiti e le spese del partito dovranno apparire sul web. Per poter ricevere i benefici, i partiti dovranno rispettare dei requisiti minimi di democrazia interna.
Fortissime le proteste dei 5 Stelle, che avrebbero voluto una riforma con effetto immediato, e che contestano il fatto che saranno ancora i cittadini a pagare per la sopravvivenza dei partiti. Si parla già di “legge-truffa”, ma al tempo stesso i grillini rivendicano la vittoria di aver imposto la “loro” agenda all’attuale governo. Si sono schierati contro la riforma anche SEL ed alcuni esponenti del PD.
Giustizia è fatta, dunque. Come auspicato da una larghissima parte degli italiani, i finanziamenti pubblici verranno aboliti, i politici “ruberanno di meno”, e via discorrendo. “Voglio ringraziare i partiti perché è un passo che i cittadini aspettavano”, dice Letta, aggiungendo poi che questo disegno di legge serve a ridare “credibilità” alla politica. Il punto sta tutto in queste due frasi: questa riforma non segue alcun criterio pragmatico, non persegue alcun obbiettivo utile per la ripresa dell’Italia, né risolve una delle tante pecche del nostro Paese, che è in piena emergenza su più fronti. Il suo unico scopo è compiacere i cittadini, e tanto basterebbe per bocciarla senza mezzi termini.
Ma lasciamo da parte per un attimo questo dato, e analizziamo la riforma senza pregiudizi: come sempre, è bene guardare al di fuori dei nostri confini nazionali per vedere come la pensa il mondo in materia. In Europa solo Svizzera, Bielorussia, Ucraina e Malta non adottano finanziamenti pubblici. In tutto il mondo, essi sono previsti dal 75% degli Stati: tra quelli che non lo elargiscono vi sono principalmente Stati africani, mediorientali e sudamericani. Tutti sistemi culturalmente e politicamente lontanissimi dal nostro.
Obama ad un incontro con l’AIPAC, la lobby filo-israeliana
Abbiamo già elencato i rischi della politica data in mano ai privati. Rischi concretissimi, che negli Stati Uniti sono realtà. Non abbiamo, però, parlato del sistema partitico statunitense, e di come esso permetta e renda “giustificabile” un sistema di finanziamenti quasi esclusivamente privati. In America, i partiti di massa sul modello europeo non esistono. Il partito democratico e quello repubblicano non sono nient’altro che meccanismi di selezione dei candidati, tanto a livello locale quanto a livello nazionale. Scordatevi le sedi dislocate sul territorio, i circoli, le tessere e quant’altro: il momento politico statunitense si consuma tutto nella scelta del candidato, e nel voto elettorale. Al contrario, in Italia i soldi pubblici servono a finanziare la presenza territoriale e permettono lo svolgimento di una moltitudine enorme di attività. È chiaro quanto profonde siano le differenze tra i due Paesi.
Un sistema di finanziamenti privati obbligherebbe l’Italia a rivoluzionare il suo intero sistema politico. La politica diventerebbe estremamente elitaria. Sarebbe anche una svolta verso il presidenzialismo, una forma di governo che ha dimostrato di poter funzionare soltanto negli Stati Uniti (pur vivendo tra mille contraddizioni), per ragioni storiche e culturali: gli altri Stati che lo hanno adottato sono spessi caduti vittime di svolte autoritarie (un esempio su tutti è quello russo), e in tutti si è costruita una politica fortemente individualistica, che taglia fuori i cittadini da ogni forma di partecipazione che non sia quella del voto. 
È davvero questo quello che vogliamo? Bisognerebbe invece operare per mettere in pratica definitivamente l’art. 49 della Costituzione, che sancisce il diritto di tutti ad associarsi in partiti per determinare la politica nazionale. Dare ad ogni organizzazione politica e ad ogni cittadino gli spazi per esprimersi, magari risarcendo le spese elettorali dei partiti arrivati in Parlamento (sistema attualmente in vigore in Germania). Le riforme non vanno mai fatte per compiacere dei cittadini stanchi e frustrati: in questo modo non si fa il bene del Paese. Dare un “contentino” al popolo è un modo populista e raffazzonato per guadagnare consenso e restare attaccati alla poltrona, infischiandosene delle vere emergenze e delle vere necessità di un popolo stremato dalla crisi, e lasciato per troppo tempo solo dalla sua classe politica.

Giovanni Zagarella