La battaglia di Algeri – Recensione film

Dicembre 1960: L’Algeria è una delle ultime testimonianze della Grandeur francese, una delle pochissime colonie ancora sotto il controllo di Parigi, e il governo transalpino è disposto a resistere alle spinte indipendentiste ad ogni costo. Il popolo algerino scende in piazza nella capitale, bandiere del fronte nazionale al pugno, manifestando per l’indipendenza. Pur di opporsi alla protesta, il governo parigino autorizza le truppe al fuoco. È la battaglia finale che porterà il popolo algerino alla vittoria nel 1962.

Il film di Gillo Pontecorvo comincia a narrare le vicende algerine però, già dal 1957, quando il capo della resistenza Alì La Pointe, assediato dai Parà francesi, dietro il muro della sua casa, nella Casbah di Algeri, ricorda gli avvenimenti degli ultimi anni. Di fronte alla decisione di Alì di non arrendersi, il colonnello Mathieu fa saltare in aria la casa. Nonostante la sua morte, 3 anni dopo, la rivolta esplode nuovamente. La battaglia di Algeri passerà alla storia come uno dei film di guerra tecnicamente meglio realizzati, grazie all’utilizzo di una tecnica all’avanguardia che consisteva nel mescolare immagini di finzione ad immagini di repertorio (attraverso una particolare e ripetuta stampa del negativo della pellicola, che aveva l’effetto di invecchiare le immagini). L’opera del regista italiano si ergerà a punto di riferimento per ogni film di guerra successivo (da “Apocalypse now” di coppola, a “Bastardi senza gloria” di tarantino, dove il film viene addirittura citato).

Pontecorvo celebra l’indipendenza algerina esaltando in modo romantico, anche se non retorico, la conquista della libertà per mezzo del sacrificio dei singoli. Girato a soli 4 anni dagli avvenimenti narrati, il film possiede immagini dalla forza dirompente, tanto che venne proibito in Francia in quanto “oltraggioso per la nazione”. Ciononostante il film ottenne il Leone d’oro a Venezia e ben 4 nomination all’Oscar!

Francesco Bitto

Aristofane vs. Euripide e Socrate: moralismo e paura del nuovo

Aristofane ebbe tanti meriti: fu un pacifista, si schierò dalla parte dei cittadini più colpiti dalla guerra del Peloponneso, nelle sue commedie denunciò i vili personaggi che miravano soltanto al potere e i soprusi della guerra. Ma per un motivo questo autore mi risulta alquanto odioso: l’aspra critica nei confronti di Euripide e Socrate, ai quali si imputa la fine della tragedia e la corruzione dei sani costumi ateniesi. Come se Atene, nel bel mezzo di una feroce guerra contro Sparta, avesse potuto mantenere integri gli ideali di un secolo prima e non mutare nel pensiero. 
Mi pare naturale che la città cambiasse modo di pensare: e ciò non va imputato ai sofisti, a Euripide, a Socrate, ma a una tendenza generale: c’è chi parla di decadimento, disfacimento, ma io la vedo più come una svolta “obbligatoria”. Puntare il dito contro Euripide, che di per sé, a mio giudizio, fu capace di lavori grandissimi e per la prima volta seppe guardare dentro la psiche umana, è una stupidaggine: tacciarlo di misoginia ancor di più (vedi Misoginia nella democratica Atene e Euripide e la psicologia femminile). Puntare il dito contro Socrate? Ancora più sciocco. È anche grazie ad Aristofane che i cittadini ateniesi considerarono Socrate il capo dei sofisti, un ciarlatano buono a nulla. Chi conosce un minimo di filosofia e storia sa benissimo che Socrate non fu sofista, non fu buono a nulla, bensì uno dei più grandi pensatori di sempre.
Il cambiamento atterrisce Aristofane, un conservatore moralista che guarda al passato vedendo nel presente soltanto corruzione e disfacimento (una novità!), non comprendendo i propri tempi. Tempi certamente difficili: guerre, disastri, politica traballante, economia instabile. Ma questi problemi non si risolvono con un’invettiva piena di volgarità e banalità, mettendo in pessima luce personaggi che hanno dato tanto ad Atene. E a chi mi dice che non capisco lo spirito della commedia, rispondo che trovo più interessante una commedia leggera e “buona” come quella di Menandro. Euripide compare in ben tre commedie: Rane, Le donne alle Tesmoforie, Acarnesi. Nelle Rane soprattutto vi sono gli attacchi più pesanti: la morte della tragedia a causa di Euripide e mille altre frecciate all’arte del drammaturgo, corruttore della cittadinanza e ateo.
Le Nuvole, poi, fanno ridere, e non per la bella comicità: qui il personaggio di Socrate è totalmente stravolto, banalizzato, messo alla stregua di un santone stravagante abile solo a parlare. Sarà stata anche colpa di Aristofane se nel 399 a.C. Atene condannò il suo uomo migliore? Probabilmente sì. Euripide e Socrate, secondo Aristofane strettamente connessi, avranno anche cambiato il modo di pensare degli ateniesi, ma in meglio. Con loro i protagonisti sono gli uomini, la loro anima, le loro scelte, il loro pensiero, la loro interiorità. Loro sono espressione di un mondo che cambia e porge gli occhi altrove. E chi li critica (per giunta in modo falso e diffamatorio), anelando a un lontano passato di guerrieri forti e cittadini retti (vero solo in parte), è solo un nostalgico e timoroso moralista. Scagli la prima pietra chi è senza peccato, Aristofane. 
Giulia Bitto

Gli Stati Uniti appoggiarono Saddam Hussein nell’utilizzo di armi chimiche contro l’Iran: la scioccante inchiesta di Foreign Policy che scuote la comunità internazionale

Gli Stati Uniti sapevano che l’Iraq e Saddam Hussein fecero uso di armi chimiche durante la guerra contro l’Iran: è questa la notizia bomba lanciata pochi giorni fa da Foreign Policy, che complica ulteriormente lo spinoso scenario di guerra siriano. Come sappiamo, infatti, gli Stati Uniti sono pronti a prendere parte al conflitto che si sta consumando in Siria. La decisione, arrivata dopo due anni di sanguinosa guerra civile, è scaturita dall’utilizzo (ancora non comprovato) di armi chimiche da parte del regime di Bashar al-Assad. Una violazione gravissima del diritto internazionale e del Protocollo di Ginevra del 1925, che avrebbe provocato svariate centinaia di morti fra i civili ed i ribelli, e causato l’indignazione del gabinetto di Barack Obama.
Un’indignazione che adesso, alla luce dei fatti riportati dalla nota rivista americana, sembra del tutto fuori luogo. 
La sanguinosissima guerra che vide contrapposti l’Iraq e l’Iran tra il 1980 ed il 1988 devastò l’intero Medioriente, e mise in ginocchio la popolazione e l’economia di entrambi i Paesi. Sul conflitto gravavano le ombre di una guerra fredda ormai quasi giunta al termine, e di interessi bipolari tutt’altro che nascosti. Il presidente americano del tempo, Ronald Reagan, fu promotore di una politica estera molto aggressiva e interventista, e spesso non si fece scrupoli pur di rafforzare la posizione degli USA nel mondo. Iraq e Iran, per motivi diversi, erano scomodi sia agli Stati Uniti che alla Russia: quando la guerra scoppiò, i due contendenti furono largamente finanziati dalle superpotenze, al fine di creare un conflitto logorante che eliminasse dalla scena politica i due Paesi mediorientali. Nel 1983, dopo tre anni di combattimenti, l’Iraq si trovava alle corde: di fronte alla prospettiva di arrendersi, il dittatore Saddam Hussein preferì ricorrere all’utilizzo di armi chimiche su larga scala, causando vere e proprie stragi tra i fanti iraniani, non dotati di maschere antigas. 
L’America si è sempre dichiarata ignara delle intenzioni dell’allora dittatore iracheno, ma i nuovi dati emersi dimostrano che la verità è un’altra: gli statunitensi erano a conoscenza delle intenzioni di Hussein ma lo coprirono, agevolando di volta in volta le azioni dell’esercito iracheno grazie alle informazioni raccolte dal sistema satellitare americano. Rick Francona, ex colonello dell’aviazione USA, ha dichiarato a Foreign Policy che “gli Iracheni non ci dissero mai che avevano intenzione di utilizzare il gas nervino. Non c’era bisogno che lo facessero. Lo sapevamo già.” Altri pezzi grossi dell’amministrazione del Paese, come il direttore della CIA William Casey, erano a conoscenza della costruzione di impianti di produzione di armi chimiche in Iraq: Casey sapeva anche che i componenti per la costruzione di questi impianti erano stati acquistati da alleati europei, come Italia e Germania. 
Nella guerra d’Iran-Iraq, 100.000 persone furono colpite dal gas mostarda. 20.000 di queste furono uccise, mentre le altre dovettero fare i conti coi terribili effetti collaterali del veleno (cecità, infezioni, danni all’apparato respiratorio, lesioni cutanee). 5000 di loro ricevono cure abituali ancora oggi.
Giovanni Zagarella

La migliore offerta: alcune chiavi di lettura

Cosa accade a un uomo che ha riposto tutto il senso della propria esistenza nel feticismo artistico, senza coltivare relazioni vere e ricche con il prossimo, e a un tratto si lascia ferire dall’incontro con l’altro?
È quello che cerca di spiegarsi l’ultimo film di Giuseppe Tornatore. Un Tornatore molto diverso da come lo conosciamo, sempre così legato alla sua sicilianità atavica e sognante, adesso alle prese con una riflessione che coinvolge tutte le dimensioni dell’uomo, il suo conflitto estetico e la sua continua ricerca di significato.
Trattandosi di un film complesso, per via delle tematiche trattate e della grande importanza rivestita dai piccoli particolari, ritengo sia impossibile svolgere delle considerazioni a riguardo senza esporne la trama. Pertanto fornisco qui un sommario dei principali eventi.
La migliore offerta racconta la storia di Virgil Oldman (magistralmente interpretato da Geoffrey Rush), importante battitore d’aste e raffinato conoscitore d’arte. Eppure Oldman è un uomo arido, sprovvisto di affetti e di rapporti col mondo: anche il contatto fisico con gli altri lo infastidisce, tanto da richiedere l’utilizzo dei guanti, di cui ha una vasta collezione.
Ma i guanti non sono l’unica cosa che Mr. Oldman colleziona: nel corso della sua vita di grande appassionato di pittura e di esperto restauratore egli, grazie all’aiuto di un suo amico di vecchia data, Billy Whistler (Donald Sutherland), che si aggiudica le opere nelle aste da lui stesso tenute, ha accumulato un incredibile numero di ritratti femminili, compresi alcuni celebri capolavori di grandissimi artisti, che vanno dal XV al XX secolo.
Un giorno, Oldman riceve una strana telefonata da una giovane donna, di nome Claire Ibetson (interpretata da Sylvia Hoeks), che lo vuole ingaggiare per una perizia tecnica delle opere conservate nella vecchia villa ereditata dai genitori. Dopo qualche esitazione, Oldman decide di ottemperare a questa richiesta, pur non riuscendo mai a incontrare di persona la ragazza, che sembra evitarlo di proposito. Chiedendo al custode della villa, egli scopre che Miss Ibetson vive ancora nella grande casa, relegata in una stanza e in completa solitudine, a causa della sua agorafobia.
Sempre più incuriosito dal caso della giovane donna, Oldman si presta alle regole di Miss Ibetson, accettando questo rapporto di lavoro attraverso un buco della serratura. Col tempo, la sua curiosità si trasforma in ossessione: egli compie sempre più frequenti visite alla villa e, con la scusa di compiere i sopralluoghi necessari alla valutazione, approfondisce il suo rapporto con Claire. Il suo unico confidente è Robert (Jim Sturgess), un giovane restauratore di marchingegni, il quale, mentre lo aiuta a ricostruire un vecchio automa di cui Oldman trova di volta in volta nuovi pezzi a Villa Ibetson, gli dà consigli su come conquistarsi la fiducia e l’affetto di Claire.
Un giorno, nascosto dietro una statua, riesce finalmente a vedere la sua elusiva cliente. Da quel momento Oldman comincia a sviluppare verso Claire un sentimento autentico e, grazie ai preziosi consigli di Robert, riesce a dichiararle il suo amore e a provarglielo con numerose premure. Per questa ragazza, che ha ridestato il suo lato umano e la sua pietà, vorrebbe una vita normale, non più segregata e solitaria. Col tempo i suoi sforzi vengono premiati: Claire pare guarire dal suo disturbo psichico e inizia a prendere parte a una vita di società. I loro unici amici sono Robert e la sua ragazza Sarah. Oldman riesce adesso ad aprirsi al prossimo come mai gli era capitato, e ripone la più completa fiducia nella ragazza che lo ha cambiato, tanto che un giorno le mostra la sua straordinaria collezione di ritratti.
Finché, di ritorno dall’ultima asta della sua carriera, tenuta a Londra, trova la casa deserta: Claire è sparita senza lasciar traccia. Oldman trova un quadro del suo amico Billy, un ennesimo ritratto per la sua collezione, ma quando entra nella stanza blindata dove conserva tutti gli altri trova un’atroce sorpresa: le pareti sono vuote, tutti i quadri sono stati rubati. Egli scopre così di essere stato vittima di un raffinatissimo complotto ordito da persone (Billy, Robert, Claire) che fino a quel momento gli erano apparse estranee l’una all’altra.
Distrutto e umiliato, Oldman cade in una forte depressione: non solo la passione e l’impegno dell’intera sua vita sono andati in fumo, ma è stato tradito e beffato da chi ai suoi occhi era assurto – per una volta – al rango di persona. Dopo aver disperatamente cercato una spiegazione e aver dipanato la trama dei suoi presunti amici, egli viene ricoverato in una casa di riposo, ormai ridotto a una larva. L’ultima scena lo mostra a Praga, seduto al tavolo di un ristorante di cui gli aveva parlato Claire, quasi sperando di trovare nella menzogna e nell’inganno quel briciolo di autenticità che si nasconde in ogni falso.
Le chiavi di lettura di questo film sono molteplici, e tutte insieme conferiscono alla storia caratteri di complessità e di fascino che non possono essere esauriti da una sola visione. La presenza fondamentale di certi particolari, siano essi oggetti, frasi, suggestioni fornite dai personaggi, crea dei rimandi interni che arricchiscono la fruizione del film e rendono ancora più originale il messaggio finale.
Innanzitutto svolge un ruolo centrale la dialettica tra falso e autentico e, per traslato, tra menzogna e verità. Virgil Oldman afferma, nel corso del film, che “in ogni falso si nasconde sempre qualcosa di autentico”, in quanto, come la sua esperienza di restauratore gli ha insegnato a osservare, un falsario non resiste alla tentazione di inserire qualcosa di suo nella propria copia, un tratto genuino e originale in una costruzione destinata a ingannare l’acquirente: esattamente come Claire, che racconta a Oldman un episodio reale della propria vita – legato al ristorante di Praga dove ritroviamo il protagonista alla fine del film, fiducioso che quella parte della menzogna possa essere autentica.
Si vede bene che in questo equilibrio, in questa compresenza tra vero e falso risiede il significato più profondo della storia, e che le opere d’arte tanto amate dal protagonista non sono altro che una metafora dell’uomo e della verità che egli custodisce, nonostante spesso decida di dissimularla, esattamente come dice l’amico Billy: “tutto può essere simulato: la gioia, il dolore, l’odio, la malattia, la guarigione, persino l’amore”.
Ma la simulazione messa in atto dalla ragazza e dall’“amico”, per quanto ben architettata, non sarebbe bastata ad adescare l’algido restauratore. Un ruolo importante viene indubbiamente svolto da Robert e dall’antico automa di Vaucanson, i cui ingranaggi, lasciati in maniera apparentemente casuale nelle stanza di Villa Ibetson, vengono raccolti da Oldman e portati da Robert, che lo aiuta a ricomporlo.
Il fascino stesso dell’oggetto da assemblare a poco a poco contribuisce a stuzzicare la curiosità di Oldman e a infittire il mistero su cui sta indagando, creando una sorta di parallelo tra il suo percorso con Claire e il processo di costruzione dell’automa, come fa notare Robert: “Gli ingranaggi sono come le persone: se stanno molto tempo insieme finiscono per assumere le forme reciproche”.
L’automa e il suo assemblaggio costituiscono un’altra metafora, che richiama sia i legami affettivi che si creano tra gli uomini sia, nel caso particolare, la lusinga che un oggetto enigmatico e pregno di significati esercita su un uomo come Oldman, molto più interessato a un automa che non agli esseri umani.
Proprio a questo riguardo, l’altra tematica portante del film è quella legata al collezionismo, al feticismo, alla perdita di sé nell’accumulo di oggetti anziché nella costruzione di relazioni con il prossimo. Virgil Oldman è all’inizio del film un uomo freddo e scontroso, addirittura nevrotico, come dimostra la sua paura del contatto con gli altri e con i loro oggetti. Egli riesce a trovare amore per le cose solo nell’arte e nella raccolta di pregevoli opere d’autore.
Nel corso della vicenda, man mano che, irretito e incuriosito dal misterioso caso di Miss Ibetson, si cala sempre più a fondo nella vita di un’altra persona e si disfa della sua scorza di irritabilità e indifferenza, egli cambia radicalmente, in una sorta di discesa agli inferi che decreterà la distruzione della sua vecchia personalità e l’edificazione di una nuova, rinnovata dai sentimenti e dalla fiducia negli altri.
Infatti, se una lettura pessimistica del film vorrebbe concentrarsi sulla vacuità e inautenticità delle relazioni tra i personaggi e sul repentino e inaspettato capovolgimento dei “rapporti di potere” che si verifica alla fine, è possibile vedervi anche un messaggio di speranza: Oldman, seduto nel ristorante di cui gli aveva parlato Claire, decide di aspettarla, dando fiducia a ciò che di autentico egli aveva scorto in mezzo a tutta una serie di menzogne e di raggiri, e di scommettere, nonostante tutto, sugli uomini (su una donna reale, ancorché fedifraga) e non più sugli oggetti inanimati (le donne ideali dei suoi amati ritratti).
Virgil è pertanto un uomo che, al primo incontro/scontro con delle emozioni genuine e autentiche, ne esce distrutto e umiliato ma in qualche misura fortificato e riscattato dalla solitudine e dal deserto esistenziale.
In conclusione non si può fare a meno di trarre un messaggio generale, che l’opera di Tornatore non solo lascia trapelare, ma suggerisce apertamente.
L’arte è stata da sempre, nel corso della storia dell’uomo, la principale depositaria dei suoi valori (tanto etici quanto estetici) e, in definitiva, di ciò che lo rende umano.
Eppure l’arte può recare con sé anche la distruzione dell’uomo, facendo insorgere in lui un conflitto insolvibile.
È noto l’aforisma “Ars longa, vita brevis”. Ma chi antepone l’arte alla vita diventa schiavo di quegli stessi oggetti effimeri che dovrebbero ricordargli l’assoluta priorità della vita reale sulla vita artificiale, che l’uomo si costruisce per sublimare le proprie pulsioni.
Insomma, perseguire ideali di bellezza e di razionalità, ignorando amore e compassione ed evitando di entrare in comunione con i nostri simili, equivale a perderci pur restando sulla “retta via” e a perdere di vista lo scopo della nostra vita.
Giorgio Todesco

Tony Iommi dei Black Sabbath: ‘La salute prima della band’


Nathan Carson
di Billamette Week ha parlato recentemente col chitarrista dei Black Sabbath, Tony Iommi, riguardo al nuovo album della band, “13” – il primo in 35 anni con Tony, il cantante Ozzy Osbourne e il bassista Geezer Butler.
Alla domanda su come i Black Sabbath hanno deciso di ingaggiare Brad Wilk dei Rage Against The Machine, a seguito del rifiuto del batterista originale dei Sabbath, Bill Ward, di aderire a una reunion, Iommi risponde: ” Rick (produttore del disco) suggerì Ginger Baker ma rifiutammo. Non pensavamo che Ginger Baker fosse stato…non volevamo andare in studio e avere, uhm, problemi. E provammo alcuni grandi batteristi, alcuni grandi nomi. Ed erano ottimi. Ma Rick in particolare suggerì Brad Wilk. Ed è stato grande perch Brad non aveva idea di quello che stavamo facendo. Non gli abbiamo lasciato ascoltare le tracce con la batteria. Volevamo vedere cosa avrebbe messo in quelle tracce. E Brad è stato davvero un bravo ragazzo. Ha lavorato duro, ed è stato molto serio. E poi si è abituato a noi. Si è abituto ai nostri scherzi, il modo in cui ci prendiamo in giro
Iommi ha anche parlato della sua salute un anno e mezzo dopo che gli fu diagnosticato un linfoma.
Ronny (James Dio) aveva mal di stomaco e qualche notte prima di salire sul palco mi disse “Oh mi fa davvero male la pancia” e mi chiese se avevo qualche antidolorifico. Gli dissi “dovresti farti controllare, lo sai, Ronnie”. Ovviamente lo fece ma era troppo tardi. E’ questo il problema. E’ facile sottovalutare queste cose. Voglio dire, sono probabilmente più esagerato che mai adesso. Mi controllo ogni giorno. Non si sa mai.
Riguardo alla possibilità di pubblicare un nuovo album in studio dopo “13” Iommi risponde: “Tutto dipende dalla mia salute, davvero. Ma non penso sarà difficile fare un altro album, perchè lavoriamo bene insieme una volta che cominciamo. Ed ho un sacco di idee. Ma dovremo vedere cosa succederà alla fine dell’anno, dopo il tour. Voglio dire, per me, questa è una nuova avventura, perchè è la prima volta che sono fuori in tour da quando sono stato malato negli ultimi due anni. E devo trattare le cose in modo differente da quanto facevo cinque anni fa. Ho sempre messo la band al primo posto, ma adesso, ovviamente, devo mettere la mia salute

Marco Barone

Infortunio ad Higuain, è guerra tra il Napoli e la Regione: ‘Chiederemo i danni, situazione medica indecorosa’

Gonzalo Higuain (Foto Resport)

Rischia di diventare molto più di un caso calcistico l’infortunio occorso ieri al fuoriclasse del Napoli, Gonzalo Higuain, che in vacanza a Capri ha riportato, in seguito a una caduta, numerosi punti di sutura al volto. Nella giornata di oggi il vulcanico presidente Aurelio De Laurentis, bombardato dalla stampa, ha rilasciato quanto segue: “Sono stufo che in località turistiche così rinomate manchino presidi medici di buon livello. Che figura facciamo coi personaggi importanti? Chiederemo 100 milioni di danni alle istituzioni, i politici devono imparare, dato che né il sindaco di Capri né il presidente della Regione hanno fatto qualcosa”.

Le dichiarazioni, senza dubbio esagerate, di De Laurentis danno sfogo non solo alla voce di una tifoseria che ha vissuto attimi di paura per le condizioni del suo idolo, ma anche e sopratutto alla preoccupazione per l’inadeguatezza dei servizi turistici, sopratutto al Sud Italia. Se, è vero, i soccorsi per Higuain sono stati tempestivi, è altrettanto vero che in molte delle nostre località più rinomate mancano, in parte per condizioni ambientali, in parte per negligenza, i servizi minimi per garantire che piccoli incidenti diventino casi internazionali. Anche se, non ce ne voglia l’argentino, prima di tuffarsi è meglio dare un’occhiata al fondale..

Roberto Saglimbeni

Le personalità più strane del mondo antico: Alcibiade

Alcibiade non si può definire strano: semmai irriverente, voltagabbana, affascinante, spregiudicato, intelligente, traditore, furbo, abile a parlare, abile a comandare. Tuttavia questo elenco di aggettivi, che potrebbe protrarsi per molto ancora, mi ha convinta a inserirlo nella categoria di strano.

Socrate istruisce Alcibiade nella casa di Aspasia, Jean-Léon Gérome, 1861
Alcibiade, stratega ateniese nato nel 450 a.C., non ebbe una vita tranquilla. Fin da giovane fu ribelle e incontenibile: forse per questo fu affidato al “maestro più famoso dell’epoca, Socrate. La relazione tra i due, per molti storici, fu anche di carattere sentimentale: il giovane ammirava tantissimo il maestro (come sappiamo dal Simposio di Platone) e si dice rispettasse solo lui. Al di là del pettegolezzo, Socrate fece emergere la “parte buona” di Alcibiade: egli infatti oscillava tra il desiderio di sapienza e rettitudine (quando seguiva il maestro) e una vita smodata e dedita al successo. Platone gli fa dire: “Quando lo ascolto, il cuore mi balza in petto più che ai coribanti e per le sue parole le lacrime mi scendono giù, e vedo che moltissimi altri subiscono i medesimi effetti […] Più volte mi ha messo in una condizione tale da credere che la vita non fosse più degna per me di essere vissuta nello stato in cui mi trovo ora.”
Nel frattempo Alcibiade affinò le sue tecniche persuasive frequentando i sofisti e stringendo amicizie, fino a quando divenne popolare: dopo la pace di Nicia del 421 a.C. (che sanciva una tregua ventennale con Sparta durante la guerra del Peloponneso), mal digerita dallo stratega in quanto firmata con il suo avversario, Alcibiade ideò un piano che avrebbe dovuto risollevare le sorti di Atene: la spedizione in Sicilia. Gli Ateniesi, inizialmente in visibilio per il progetto di Alcibiade, lo fornirono di navi e mezzi. Ma i suoi nemici politici, una volta in Sicilia, lo fecero richiamare perché accusato di aver mutilato le erme (statue del dio Ermes) e profanato i Misteri eleusini. Con l’allontanamento di Alcibiade la spedizione si rivelò un disastro: senza lo stratega, le forze ateniesi vennero distrutte. Una sconfitta che segnò profondamente il corso della guerra.

Socrate distoglie Alcibiade dal piacere di un abbraccio sensuale, Jean-Baptiste Regnault, 1791

Da qui in poi iniziarono le “peregrinazioni” del comandante. Da latitante si rifugiò a Sparta, dando ai nuovi amici consigli su come sconfiggere Atene: suggerimenti che furono devastanti per la città. Ma il soggiorno a Sparta, nonostante fu molto d’aiuto per i Lacedemoni, durò poco: Agide II, re di Sparta, tornò a casa trovando un figlio che non poteva essere suo. Il padre? Alcibiade. L’atmosfera si stava facendo troppo pesante, così il nostro stratega cercò un secondo asilo: l’Asia Minore, dai persiani. Si recò dunque da Tissaferne, satrapo, al quale diede importanti suggerimenti su come logorare Sparta e non appoggiarla nella guerra. Ma l’obiettivo dello stratega era fondamentalmente quello di tornare ad Atene.

Così iniziarono una serie di manovre folli tese ad instaurare l’oligarchia ad Atene e un’alleanza con Tissaferne: si formò il Governo dei Quattrocento e, successivamente a un colpo di stato, il Governo dei Cinquemila, che decretò nel 411 a.C. il ritorno di Alcibiade in patria in qualità di generale. Le macchinazioni e i giochi di potere fatti dal comandante sono innumerevoli: con il suo ingegno riuscì ad accattivarsi il favore del popolo ateniese, che prima lo aveva condannato, mandando in visibilio la folla durante una parata organizzata da lui. Ma la brama di ricchezze fu la sua disfatta: si recò in Caria per saccheggiarla, lasciando il comando a un luogotenente, che aveva l’ordine di stare fermo. Ma quest’ultimo senza permesso si scagliò contro la flotta spartana, perdendo miseramente. La colpa ricadde su Alcibiade, da poco tornato in patria, che si attirò nuovamente l’odio dei concittadini. Scappò così in Tracia.

L’ultima mossa di Alcibiade fu volta alla salvezza di Atene, ma ormai nessuno gli prestava ascolto: a Egospotami si accorse che le navi ateniesi erano disposte male e cercò di avvisare gli strateghi, che lo cacciarono via. La flotta ateniese subì una sconfitta schiacciante: era la fine della guerra. Gli oligarghi di Atene e Lisandro decisero di far fuori questo personaggio troppo scomodo e pronto ad esplodere da un momento all’altro. Controverso, amato e odiato, amante del lusso ma anche della sapienza: uno dei personaggi, se non strani, sicuramente più ambigui e interessanti di sempre.

“E noi non possiamo fissare il punto esatto in cui il nostro impero si fermerà; abbiamo raggiunto una posizione nella quale non dobbiamo accontentarci di mantenerlo, ma dobbiamo progettare di ingrandirlo, perché se noi smettiamo di regnare sugli altri rischiamo di essere sottomessi a nostra volta.” (Tucidide, VI, 18)

Giulia Bitto