Catullo, carme V: Dammi mille baci

Vivamus, mea Lesbia, atque amemus, 
rumoresque senum severiorum 
omnes unius aestimemus assis! 
Soles occidere et redire possunt: 
nobis cum semel occidit brevis lux, 
nox est perpetua una dormienda. 
Da mi basia mille, deinde centum, 
dein mille altera, dein secunda centum, 
deinde usque altera mille, deinde centum. 
Dein, cum milia multa fecerimus, 
conturbabimus illa, ne sciamus, 
aut ne quis malus invidere possit, 
cum tantum sciat esse basiorum. 
Viviamo, mia Lesbia, ed amiamo, 
e le chiacchiere dei vecchi troppo arcigni 
consideriamole tutte un soldo bucato. 
I giorni possono tramontare e ritornare; 
noi, una volta che la breve luce è tramontata, 
dobbiamo dormire un’unica notte eterna. 
Dammi mille baci, e poi cento, 
poi mille altri, poi ancora cento, 
poi di seguito altri mille, e poi cento. 
Poi, quando ne avremo totalizzate molte migliaia, 
li rimescoleremo, per non conoscere il totale, 
o perché nessun maligno possa gettarci il malocchio, 
sapendo che è così grande il numero dei baci. 

Quasi sicuramente questo è il carme più celebre di Catullo: un inno all’amore tanto apprezzato dagli studenti come forse nessun altro componimento classico; un invito, in netta critica con la tradizione precedente, a godere della passione amorosa e a vivere nel senso più profondo del termine. I valori dell’antico mos maiorum, rappresentati dai “senum severiorum” del v.2, sono rifiutati e messi da parte: ad essi si contrappone l’invito a vivere e ad amare (vivamus, amemus). Oggi potrebbe sembrare normale parlare di amore non tenendo conto dei rimbrotti degli anziani, ma 2050 anni fa non era così scontato. Catullo è il primo, a Roma, ad affrontare temi simili, a proporre l’amore come fulcro dell’esistenza e della poesia, prendendo certamente spunto dalla poesia callimachea e dalla lirica monodica di Saffo e Alceo, ma reinterpretandola e rinnovandola in chiave latina e personale. 
Perché gettarsi nel vortice della passione così tempestosamente, così voracemente? La spiegazione pare esserci fornita nei versi successivi: mentre i giorni possono terminare e rinascere, a noi è dato dormire per sempre una volta morti. Lux e nox, luce e notte, vita e morte: l’uomo è destinato a godere per un brevissimo tempo della lux, dunque, anticipando in un certo senso il carpe diem oraziano, si deve vivere il più intensamente possibile, godendo delle gioie e dei piaceri. Le immagini cupe di questi tre versi vengono subito accantonate per riprendere il tema della passione amorosa, che si esplicita in un vero e proprio vortice di baci. Con una serie di anafore, allitterazioni ed echi fonici Catullo ci trasporta in questo inarrestabile fiume di basia (termine usato per la prima volta dal poeta latino nell’ambito letterario) che si ferma al v. 10.
Negli ultimi versi Catullo si cura di rimescolare il totale dei baci, affinché nessuno possa gettare il malocchio. La fascinatio era molto temuta, ed era convinzione che anche la morte stessa provasse invidia per la felicità e quindi per l’amore: e il poeta prende le giuste precauzioni. Inutile mi pare elencare gli innumerevoli procedimenti stilistici e le figure retoriche utilizzate in questo carme: del resto è riconosciuto come Catullo sia stato poeta doctus e quanto fosse importante per la sua cerchia di amici/poeti la raffinatezza stilistica. Pare più utile soffermarsi su quanto egli sia stato innovativo, non solo rispetto a tutta la tradizione letteraria precedente, ma per il fortissimo impatto che tutt’oggi esercita la sua poesia. Catullo, oltre a dare l’input ad un genere che a Roma era volutamente sconosciuto, seppe dar voce all’animo di qualsiasi giovane, di qualsiasi era. È questo il motivo per il quale ancora oggi si ama tanto il carme V: l’immensa attualità di un’emozione inalterata per millenni; la consapevolezza che quei sentimenti, quei desideri, li provò Catullo come li provano tutti i ragazzi; la prova che, in fondo, siamo sempre stati tutti uguali.
Giulia Bitto
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