Nemici per la pelle: Demostene ed Eschine, tra insulti e irrisioni

Quando scoppia una rivalità tra due letterati, specie tra due oratori di rilievo, essa può rivelarsi molto divertente agli occhi dei lettori che vivono a 2300 anni di distanza dai fatti accaduti: certamente ai cittadini Ateniesi non fece ridere granché la vergognosa prova oratoria di Demostene di fronte a Filippo di Macedonia, né gli insulti che Eschine lanciava all’Ateniese. Proprio queste due figure, che si sono odiate per tutto il corso della loro esistenza, rappresentano uno dei casi in cui la rivalità sfiora la comicità. Invettive, scherni, irrisioni: tutto per mezzo di orazioni pronunciate in assemblea o in tribunale. 
Quale migliore occasione del (mancato) discorso di Demostene a Filippo, per Eschine, di deridere il nemico? Entrambi gli oratori furono mandati in ambasceria presso il re macedone, ma solo Eschine riuscì a pronunciare il suo discorso. Al mingherlino avversario non andò ugualmente bene, anzi, andò proprio male: si emozionò a tal punto da non riuscire a proferire parola. E, tornato in patria, su tutte le furie, accusò Eschine di essersi fatto corrompere da Filippo, pronunciando l’orazione “Sulla corrotta ambasceria”. Il nemico rispose con un’orazione intitolata allo stesso modo, commentando così la performance di Demostene: 
Dopo questi e altri discorsi, venne il turno di Demostene di parlare. Tutti stavano attenti, come in attesa di ascoltare un portento d’eloquenza. E questo mostro balbetta un proemio oscuro e morto di paura, e dopo essersi un poco addentrato nell’argomento, tacque improvvisamente, si smarrì e alla fine non seppe più ritrovare la parola. Filippo, vedendolo in quello stato, lo esortava a farsi coraggio. Ma egli, una volta turbatosi e sviatosi da quel che aveva scritto, non fu più in grado di riprendersi. Appena ci ritrovammo soli tra noi, questo galantuomo di Demostene, con volto terribilmente accigliato, dichiarò che io avevo causato la rovina della città. Non appena rientrammo e ci sedemmo con Filippo, egli prese a rispondere ai singoli argomenti, menzionandomi spesso. Con Demostene, che aveva fatto quella figuraccia, neppure di un punto, credo, discusse, e questo fu per lui motivo di sofferenza e di angoscia. Era chiaro che egli uscì completamente fuori di sé, tanto che al ricevimento si comportò in maniera davvero sconveniente“.
Quanto amore! Del resto Eschine aveva di che parlare: l’acerrimo nemico era di costituzione debole, balbettava ed era insicuro. Si narra che per rimediare a questi difetti declamasse di fronte al mare in tempesta e ponesse sassolini in bocca. Quando però la città decise di donare a Demostene una corona di riconoscimento ed Eschine accusò l’ideatore di tale premio nell’orazione “Sulla corona”, il primo si prese una bella rivincita, stracciando l’accusatore con un’omonima requisitoria. Demostene attaccò trionfalmente il nemico, il quale sosteneva che il teatro non era il luogo adatto per la cerimonia e altri impedimenti giuridici:

Ma per gli dei, sei così ottuso e insensibile, Eschine, da non essere in grado di comprendere che per chi viene incoronato la corona ha la medesima rilevanza ovunque sia proclamata? Lo senti, Eschine, che la legge dice chiaramente ‘eccezion fatta per coloro per cui il popolo o la Bulè lo decretino: per questi avvenga la proclamazione’. Perché vai calunniando allora, miserabile? Perché ti inventi storie? Perché non ti fai una cura d’elleboro per queste follie? […] Se infatti l’accusatore fosse stato Eaco o Radamante o Minosse, e non un parassita, un rifiuto di piazza, uno spregevole scribacchino, non credo avrebbe parlato così. Ma che rapporto avete tu o i tuoi, o spazzatura, con la virtù? […] Ho problemi su cosa dire per primo: forse che tuo padre Tromes faceva il servo portando grossi ceppi e una gogna? O che tua madre, andando a uomini tutto il giorno nella casetta presso il tempio, allevò te, bel bambolone, il massimo dei terz’attori? Ieri o l’altro ieri sei diventato nel contempo ateniese e oratore, e aggiungendo due sillabe ha fatto diventare suo padre Atrometo da Tromes, e la madre Glaucotea, lei che tutti sapevano chiamarsi Empusa (creatura mitologica dalle fattezze orride, ndr), essendosi guadagnata questo nome dal suo farne e subirne di tutti i colori“.

Come sono noiosi i classici!
Giulia Bitto

Alceo, il poeta del vino e dell’ebbrezza

Il vino è specchio dell’uomo.

Nel VII secolo a.C. Lesbo era travagliata da contese politiche che sfociarono in un regime assolutistico guidato da tre tiranni. Alceo, nato nel 630 a.C. nell’isola, si oppose attivamente ai governanti: insieme agli altri aristocratici si radunava nell’etèria (congregazione di àristhoi in cui avvenivano i simposi) per dibattere di argomenti politici e trovare soluzioni. Ma in queste riunioni grande spazio ero dato anche alla poesia e al vino: dimenticare gli affanni e ascoltare un buon componimento erano gli obiettivi secondari degli hetairoi. 


Gònfiati di vino: già l’astro 
che segna l’estate dal giro 
celeste ritorna, 
tutto è arso di sete, 
e l’aria fumica per la calura. 
Acuta tra le foglie degli alberi
la dolce cicala di sotto le ali 
fitto vibra il suo canto, quando 
il sole a picco sgretola la terra.
Solo il cardo è in fiore:
le femmine hanno avido il sesso,
i maschi poco vigore, ora che Sirio
il capo dissecca e le ginocchia.
(Trad. Salvatore Quasimodo)

Non devi ai mali conceder l’anima:
a nulla giova soffrire e piangere,
o Bucchi: far portare il vino
ed inebriarsi è il solo rimedio 

Il vino e l’ebrezza diventano così i temi dominanti di buona parte della produzione alcaica: lenire il dolore, esaltare le sensazioni, riscaldarsi dal freddo, ridere con pochi amici, dimenticare la propria condizione. Un modo di evadere dalla realtà che a distanza di 2600 anni si pratica ancora: l’ubriachezza come annebbiamento mentale e divertimento. Nel microcosmo del simposio, in cui gli uomini fuggivano dalle ansie e dalle ingiustizie, nasceva la poesia. Di certo oggi delle discoteche non si potrebbe dire altrettanto.

Beviamo. Perché aspettare le lucerne? Breve il tempo.
O amato fanciullo, prendi le grandi tazze variopinte,
perché il figlio di Zeus e di Semele
diede agli uomini il vino per dimenticare i dolori.
Versa due parti di acqua e una di vino;
e colma le tazze fino all’orlo:
e l’una segua subito l’altra.

Pioggia e tempesta dal cielo cadono
immense; le acque dei fiumi gelano.
Il freddo scaccia, la fiamma suscita,
il dolce vino con l’acqua tempera
nel cratere, senza risparmio;
morbida lana avvolga le tempie.

Giulia Bitto

Argonautiche: Il dardo di Eros fa innamorare Medea

La complessa vicenda delle Argonautiche del poeta alessandrino Apollonio Rodio vede come protagonista femminile Medea, donna già comparsa nell’omonima tragedia di Euripide (vedi Psicologia femminile nella Medea). L’innamoramento di Medea avviene per i soliti capricci divini: Era e Atena convincono Afrodite a inviare suo figlio Eros sulla terra per fare innamorare la donna dell’eroe Giasone, affinché ella lo aiuti ad ottenere il vello d’oro. 

Ma la descrizione di Apollonio non si limita alla semplice esposizione dei fatti: riprendendo il modello di Saffo (vedi Fenomenologia d’amore in Saffo) egli delinea in modo nuovo e particolareggiato lo sconvolgimento interiore della donna, che, colpita dal dardo del dio, è arsa da un fuoco interiore e paralizzata. Come la fiamma di un tizzone, alimentato da una vecchia filatrice, brucia e fa brillare la casa, così Medea ha il cuore avvampato, gli occhi che brillano, le guance rosse. Le nefaste conseguenze di questo amore si svilupperanno nei capitoli successivi, per condurre al tragico epilogo che tutti conosciamo. 

Ciò che ci appare del tutto nuova e gradevole è anche la caratterizzazione di Eros, bambino petulante e viziato, che compie la missione posta da Afrodite con “sguardo ammiccante“, e, divertito, gongolando di gioia scappa dalla sala. A questa allegria si contrappone la sofferenza/amore di Medea, vittima dei capricci divini, che “consuma il suo animo nel dolore dolcissimo“. Eros dolce-amaro diceva Saffo: mai ossimoro fu più azzeccato.

Intanto giunse Eros per l’aria chiara, invisibile, violento, come si scaglia sulle giovani vacche l’assillo che i mandriani usano chiamare tafano. Rapidamente nel vestibolo, accanto allo stipite, tese il suo arco e prese una freccia intatta, apportatrice di pene. Poi, senza farsi vedere, varcò la soglia con passo veloce e ammiccando, e facendosi piccolo scivolò ai piedi di Giasone; adattò la cocca in mezzo alla corda, tese l’arco con ambo le braccia, e scagliò il dardo contro Medea: un muto stupore le prese l’anima. Lui corse fuori, ridendo, dall’altissima sala, ma la freccia ardeva profonda nel cuore della fanciulla come una fiamma; e lei sempre gettava il lampo degli occhi in fronte al figlio di Esone, e il cuore, pur saggio, le usciva per l’affanno dal petto; non ricordava nient’altro e consumava il suo animo nel dolore dolcissimo. Come una filatrice, che vive lavorando la lana, getta fuscelli sopra il tizzone ardente, e nella notte brilla la luce sotto il suo tetto – si è alzata prestissimo – la fiamma si leva immensa dal piccolo legno, e riduce in cenere tutti i fuscelli; così a questo modo terribile Eros, insinuatosi dentro il cuore, ardeva in segreto; e, smarrita la mente, le morbide guance diventavano pallide e rosse.

Giulia Bitto

Panta rei: Eraclito e il divenire

Eraclito “l’oscuro” (come lo definisce Aristotele) nacque ad Efeso nel 535 a.C. Considerato criptico e misterioso già dagli antichi, la sua dottrina lo è ancora di più per noi moderni a causa della frammentarietà dell’opera. Ma a quanto si dice egli stesso, di indole schiva, scrisse il suo libro in forma volontariamente oscura: uomo lontano dal potere, dai lussi e dai beni terreni, arrivò a vivere in completa solitudine nel tempo di Artemide dove trascorreva la vita asceticamente. Varie fonti ci parlano della sua morte: ammalato di edema, per curarsi, si racconta che si stese al sole e si ricoprì di sterco, morendo così dopo pochi giorni.
Da una personalità del genere non ci si può certo aspettare chiarezza negli scritti: i frammenti, che possedevano un tono criptico e oracolare, furono interpretati in svariati modi da svariati pensatori. Eraclito è indicato come filosofo del divenire, e il suo pensiero spesso si riassume nel celeberrimo motto panta rei (tutto scorre). Tuttavia, negli scritti di Eraclito non viene mai menzionata questa frase. L’espressione è dedotta e coniata da un passo altrettanto famoso del libro Sulla Natura del filosofo: “Non si può discendere due volte nel medesimo fiume e non si può toccare due volte una sostanza mortale nel medesimo stato, ma a causa dell’impetuosità e della velocità del mutamento essa si disperde e si raccoglie, viene e va“. Non ci si bagna mai due volte nella stessa acqua di un fiume, poiché tutto ciò che è muta costantemente senza fermarsi.

Non si fa mai due volte la stessa esperienza; non siamo mai gli stessi, anche dopo pochi secondi; tutto scorre, si desume dalla dottrina eraclitea. La teoria del continuo divenire sconvolse la filosofia presocratica e non: tutt’oggi viene difficile confutare un pensatore vissuto oltre 2500 anni fa. Modernamente, come tanti altri motti, panta rei è usato e conosciuto (anche se il significato a volte si discosta un po’ dall’originale, ma sempre entro i limiti): sarebbe bello poter conoscere per intero la produzione eraclitea, che oltre al panta rei si pronunciava su molti altri campi. Il fascino esercitato dalla sua oscurità e il misticismo che avvolge il personaggio di Eraclito è ancora oggi fortissimo.

Giulia Bitto

Il lato oscuro dell’antichità: Coribanti, Baccanti, culti di Dioniso

La popolazione greca non era esclusivamente dedita alla religione tradizionale e ufficiale, per la quale si allestivano imponenti parate e feste che raccoglievano la cittadinanza. Esistevano bensì sette e gruppi che si dedicavano ai culti più sfrenati e, ai nostri occhi, scandalosi. Questo particolare lato della grecità, anche se spesso accennato, non è mai studiato e compreso e dovere: elencherò le tre correnti/gruppi che meglio fanno capire il carattere di questi culti.
Coribanti: erano divinità minori al seguito di Cibele, la Dea Madre, dea che a partire dal II millennio a.C. si fece sempre più strada nelle civiltà indoeuropee. Inventori della danza orgiastica, i Coribanti si riunivano per ballare al suono di strumenti a fiato e tamburi che riproducevano un ritmo ipnotizzante: la danza e le orge sfrenate insieme servivano a purificare e ad avvicinarsi al dio. L’autolesione rappresentava il culmine del rito. Il culto della Dea Madre/Cibele/Magna Mater si diffuse in numerose zone del Mediterraneo e anche a Roma dove fu vietato in epoca imperiale. Catullo ci racconta nel carme LXIII di come il giovane Attis, preso dal delirio sacro, si fosse evirato durante un rito. 
Baccanti: ce ne parla anche Euripide nell’omonima tragedia. Le Baccanti erano donne seguaci di Dioniso che, in preda al furore, danzavano sfrenatamente e si radunavano nei monti vestendo pelli di animali e suonando vari strumenti per accompagnare le danze (anche esse cadenzate e ipnotizzanti). Quando l’estasi divina arrivava al culmine, per entrare a contatto con Dioniso, laceravano e mangiavano a mani nude l’animale sacro. Nella tragedia di Euripide una baccante dilania addirittura il proprio figlio. 
Culti vari di Dioniso: dio controverso, al quale si fa risalire l’origine della tragedia e al quale si ricollegano culti e riti sfrenati sia in Grecia che a Roma. Durante le cerimonie in suo onore, come anche in quelle sopracitate, lo scopo era quello di raggiungere l’estasi ballando e suonando. Grazie a un rito di iniziazione si passava ad essere un vero e proprio adepto, il quale riteneva di essere posseduto dal dio. A differenza del culto della Magna Mater, a Roma, questo fu sospeso in epoca repubblicana e ripreso in età imperiale: ci giungono numerose testimonianze sulle orge bacchiche svoltesi tra gli strati alti della popolazione.
Dioniso, dio oscuro ed espressione più cruda della civiltà antica, rimane un mistero da svelare: perché per secoli esso fu adorato in segreto e in maniera così sfrenata? Forse esso rappresentava una valvola di sfogo e  la libertà di abbandonarsi, per un po’, alla follia.
Giulia Bitto

Il primo ateo della storia

Busto di Democrito

Chi fu il primo vero ateo della storia? Colui che scrisse (e che ancora oggi possiamo leggere) esplicitamente dell’inesistenza degli dei? Abbiamo testimonianze di vari personaggi che si pensa fossero atei o agnostici o che criticarono un qualche aspetto della religione: Confucio (VI sec. a.C.) rifiutava l’aldilà; la scuola Lokāyata in India (V sec. a.C.) era materialista; il poeta Diagora di Melo (V sec. a.C.) fu ateo ma non ci sono pervenuti suoi scritti; l’atomismo, che nacque con Democrito nel V secolo a.C., rifiutava ogni realtà trascendente in quanto il mondo era composto esclusivamente da minuscole particelle indivisibili (gli atomi); il filosofo Protagora scrisse nel Trattato sugli dei che era impossibile determinare l’esistenza/non esistenza delle divinità, dichiarandosi agnostico: i suoi scritti furono bruciati in piazza. Il primo vero ateo della storia di cui possiamo conoscere il pensiero è Crizia, uno dei Trenta Tiranni di Atene, politico spregiudicato, ma anche filosofo.


Trascurando la vita pubblica e privata, Crizia fu il primo di cui ci è pervenuto uno scritto a denunciare apertamente il culto religioso e a dire che gli dei sono frutto di invenzione umana, creati soltanto per fare rispettare le leggi. La religione è instumentum regni. Abbiamo quindi la prima vera dichiarazione di ateismo della storia: che Crizia lo facesse soltanto per motivi politici, da buon sofista, non ci è dato saperlo.

Tempo ci fu, quando disordinata era la vita degli uomini, e ferina, e strumento di violenza, quando premio alcuno non c’era pei buoni, né alcun castigo ai malvagi. In seguito, parmi che gli uomini leggi punitive sancissero, sí che fosse Giustizia assoluta signora e avesse ad ancella la Forza; ed era punito chiunque peccasse. Ma poi, giacché le leggi distoglievan bensí gli uomini dal compiere aperte violenze, ma di nascosto le compivano, allora, suppongo, un qualche uomo ingegnoso e saggio di mente inventò per gli uomini il timor, sí che uno spauracchio ci fosse ai malvagi anche per ciò che di nascosto facessero o dicessero o pensassero. Laonde introdusse la divinità sotto forma di Genio, fiorente di vita imperitura, che con la mente ode e vede, e con somma perspicacia sorveglia le azioni umane, mostrando divina natura; il quale Genio udirà tutto quanto si dice tra gli uomini e potrà vedere tutto quanto da essi si compie. E se anche tu mediti qualche male in silenzio, ciò non sfuggirà agli dèi; ché troppa è la loro perspicacia. Facendo di questi discorsi, divulgava il piú gradito degli insegnamenti, avvolgendo la verità in un finto racconto. E affermava gli dèi abitare colà, dove ponendoli, sapeva di colpire massimamente gli uomini, là donde sapeva che vengono gli spaventi ai mortali e le consolazioni alla loro misera vita: dalla sfera celeste, dove vedeva esserci lampi, e orrendi rombi di tuoni, e lo stellato corpo del cielo, opera mirabilmente varia del sapiente artefice, il Tempo; là donde s’avanza fulgida la massa rovente del Sole, donde l’umida pioggia sovra la Terra scende. Tali spaventi egli agitò dinanzi agli occhi degli uomini, e servendosi di essi, costruí con la parola, da artista, la divinità, ponendola in un luogo a lei adatto; e spense cosí l’illegalità con le leggi. […] Per tal via dunque io penso che in principio qualcuno inducesse i mortali a credere che vi sia una stirpe di dèi.

Giulia Bitto


Aristofane vs. Euripide e Socrate: moralismo e paura del nuovo

Aristofane ebbe tanti meriti: fu un pacifista, si schierò dalla parte dei cittadini più colpiti dalla guerra del Peloponneso, nelle sue commedie denunciò i vili personaggi che miravano soltanto al potere e i soprusi della guerra. Ma per un motivo questo autore mi risulta alquanto odioso: l’aspra critica nei confronti di Euripide e Socrate, ai quali si imputa la fine della tragedia e la corruzione dei sani costumi ateniesi. Come se Atene, nel bel mezzo di una feroce guerra contro Sparta, avesse potuto mantenere integri gli ideali di un secolo prima e non mutare nel pensiero. 
Mi pare naturale che la città cambiasse modo di pensare: e ciò non va imputato ai sofisti, a Euripide, a Socrate, ma a una tendenza generale: c’è chi parla di decadimento, disfacimento, ma io la vedo più come una svolta “obbligatoria”. Puntare il dito contro Euripide, che di per sé, a mio giudizio, fu capace di lavori grandissimi e per la prima volta seppe guardare dentro la psiche umana, è una stupidaggine: tacciarlo di misoginia ancor di più (vedi Misoginia nella democratica Atene e Euripide e la psicologia femminile). Puntare il dito contro Socrate? Ancora più sciocco. È anche grazie ad Aristofane che i cittadini ateniesi considerarono Socrate il capo dei sofisti, un ciarlatano buono a nulla. Chi conosce un minimo di filosofia e storia sa benissimo che Socrate non fu sofista, non fu buono a nulla, bensì uno dei più grandi pensatori di sempre.
Il cambiamento atterrisce Aristofane, un conservatore moralista che guarda al passato vedendo nel presente soltanto corruzione e disfacimento (una novità!), non comprendendo i propri tempi. Tempi certamente difficili: guerre, disastri, politica traballante, economia instabile. Ma questi problemi non si risolvono con un’invettiva piena di volgarità e banalità, mettendo in pessima luce personaggi che hanno dato tanto ad Atene. E a chi mi dice che non capisco lo spirito della commedia, rispondo che trovo più interessante una commedia leggera e “buona” come quella di Menandro. Euripide compare in ben tre commedie: Rane, Le donne alle Tesmoforie, Acarnesi. Nelle Rane soprattutto vi sono gli attacchi più pesanti: la morte della tragedia a causa di Euripide e mille altre frecciate all’arte del drammaturgo, corruttore della cittadinanza e ateo.
Le Nuvole, poi, fanno ridere, e non per la bella comicità: qui il personaggio di Socrate è totalmente stravolto, banalizzato, messo alla stregua di un santone stravagante abile solo a parlare. Sarà stata anche colpa di Aristofane se nel 399 a.C. Atene condannò il suo uomo migliore? Probabilmente sì. Euripide e Socrate, secondo Aristofane strettamente connessi, avranno anche cambiato il modo di pensare degli ateniesi, ma in meglio. Con loro i protagonisti sono gli uomini, la loro anima, le loro scelte, il loro pensiero, la loro interiorità. Loro sono espressione di un mondo che cambia e porge gli occhi altrove. E chi li critica (per giunta in modo falso e diffamatorio), anelando a un lontano passato di guerrieri forti e cittadini retti (vero solo in parte), è solo un nostalgico e timoroso moralista. Scagli la prima pietra chi è senza peccato, Aristofane. 
Giulia Bitto

Le personalità più strane del mondo antico: Alcibiade

Alcibiade non si può definire strano: semmai irriverente, voltagabbana, affascinante, spregiudicato, intelligente, traditore, furbo, abile a parlare, abile a comandare. Tuttavia questo elenco di aggettivi, che potrebbe protrarsi per molto ancora, mi ha convinta a inserirlo nella categoria di strano.

Socrate istruisce Alcibiade nella casa di Aspasia, Jean-Léon Gérome, 1861
Alcibiade, stratega ateniese nato nel 450 a.C., non ebbe una vita tranquilla. Fin da giovane fu ribelle e incontenibile: forse per questo fu affidato al “maestro più famoso dell’epoca, Socrate. La relazione tra i due, per molti storici, fu anche di carattere sentimentale: il giovane ammirava tantissimo il maestro (come sappiamo dal Simposio di Platone) e si dice rispettasse solo lui. Al di là del pettegolezzo, Socrate fece emergere la “parte buona” di Alcibiade: egli infatti oscillava tra il desiderio di sapienza e rettitudine (quando seguiva il maestro) e una vita smodata e dedita al successo. Platone gli fa dire: “Quando lo ascolto, il cuore mi balza in petto più che ai coribanti e per le sue parole le lacrime mi scendono giù, e vedo che moltissimi altri subiscono i medesimi effetti […] Più volte mi ha messo in una condizione tale da credere che la vita non fosse più degna per me di essere vissuta nello stato in cui mi trovo ora.”
Nel frattempo Alcibiade affinò le sue tecniche persuasive frequentando i sofisti e stringendo amicizie, fino a quando divenne popolare: dopo la pace di Nicia del 421 a.C. (che sanciva una tregua ventennale con Sparta durante la guerra del Peloponneso), mal digerita dallo stratega in quanto firmata con il suo avversario, Alcibiade ideò un piano che avrebbe dovuto risollevare le sorti di Atene: la spedizione in Sicilia. Gli Ateniesi, inizialmente in visibilio per il progetto di Alcibiade, lo fornirono di navi e mezzi. Ma i suoi nemici politici, una volta in Sicilia, lo fecero richiamare perché accusato di aver mutilato le erme (statue del dio Ermes) e profanato i Misteri eleusini. Con l’allontanamento di Alcibiade la spedizione si rivelò un disastro: senza lo stratega, le forze ateniesi vennero distrutte. Una sconfitta che segnò profondamente il corso della guerra.

Socrate distoglie Alcibiade dal piacere di un abbraccio sensuale, Jean-Baptiste Regnault, 1791

Da qui in poi iniziarono le “peregrinazioni” del comandante. Da latitante si rifugiò a Sparta, dando ai nuovi amici consigli su come sconfiggere Atene: suggerimenti che furono devastanti per la città. Ma il soggiorno a Sparta, nonostante fu molto d’aiuto per i Lacedemoni, durò poco: Agide II, re di Sparta, tornò a casa trovando un figlio che non poteva essere suo. Il padre? Alcibiade. L’atmosfera si stava facendo troppo pesante, così il nostro stratega cercò un secondo asilo: l’Asia Minore, dai persiani. Si recò dunque da Tissaferne, satrapo, al quale diede importanti suggerimenti su come logorare Sparta e non appoggiarla nella guerra. Ma l’obiettivo dello stratega era fondamentalmente quello di tornare ad Atene.

Così iniziarono una serie di manovre folli tese ad instaurare l’oligarchia ad Atene e un’alleanza con Tissaferne: si formò il Governo dei Quattrocento e, successivamente a un colpo di stato, il Governo dei Cinquemila, che decretò nel 411 a.C. il ritorno di Alcibiade in patria in qualità di generale. Le macchinazioni e i giochi di potere fatti dal comandante sono innumerevoli: con il suo ingegno riuscì ad accattivarsi il favore del popolo ateniese, che prima lo aveva condannato, mandando in visibilio la folla durante una parata organizzata da lui. Ma la brama di ricchezze fu la sua disfatta: si recò in Caria per saccheggiarla, lasciando il comando a un luogotenente, che aveva l’ordine di stare fermo. Ma quest’ultimo senza permesso si scagliò contro la flotta spartana, perdendo miseramente. La colpa ricadde su Alcibiade, da poco tornato in patria, che si attirò nuovamente l’odio dei concittadini. Scappò così in Tracia.

L’ultima mossa di Alcibiade fu volta alla salvezza di Atene, ma ormai nessuno gli prestava ascolto: a Egospotami si accorse che le navi ateniesi erano disposte male e cercò di avvisare gli strateghi, che lo cacciarono via. La flotta ateniese subì una sconfitta schiacciante: era la fine della guerra. Gli oligarghi di Atene e Lisandro decisero di far fuori questo personaggio troppo scomodo e pronto ad esplodere da un momento all’altro. Controverso, amato e odiato, amante del lusso ma anche della sapienza: uno dei personaggi, se non strani, sicuramente più ambigui e interessanti di sempre.

“E noi non possiamo fissare il punto esatto in cui il nostro impero si fermerà; abbiamo raggiunto una posizione nella quale non dobbiamo accontentarci di mantenerlo, ma dobbiamo progettare di ingrandirlo, perché se noi smettiamo di regnare sugli altri rischiamo di essere sottomessi a nostra volta.” (Tucidide, VI, 18)

Giulia Bitto 

L’odio verso lo straniero: Greci e Persiani

Il disprezzo del nemico, l’odio verso l’invasore, i suoi costumi, la sua gente: per la prima volta i Greci, durante la guerra persiana, si trovano a provare questi sentimenti. La parola barbari (tutti coloro che non parlano lingua greca) assume significato dispregiativo: perché? La civiltà greca si trova davanti al pericolo più grande mai affrontato. Una potenza grande e ricca come quella persiana avanza minacciosamente verso le coste dell’Anatolia, e Dario, affascinato dall’idea dell’impero universale, non ha alcun freno. In seguito alla rivolta delle città greche della Ionia e all’appoggio a queste da parte di Atene ed Eretria, scoppia la guerra persiana.
Il significato di questa guerra è importantissimo: con la formazione della lega panellenica tutte le poleis proclamano una tregua generale, riconoscendo la portata del pericolo e l’impossibilità di far fronte ad esso se non uniti. Per la prima volta le città-stato greche si comportano come una vera nazione: ognuno mette a disposizione i propri mezzi, le proprie ricchezze, e, alla fine, arriva la vittoria. Una vittoria che fa nascere l’orgoglio di essere Greci. Si diffonde quindi, soprattutto durante la guerra contro Serse, una forte ideologia antipersiana: civiltà ellenica contro barbari orientali, e più in generale, Europa contro Asia, democrazia contro teocrazia, libertà contro tirannia. 
Prima d’ora non vi era stata questa netta distinzione: tutti erano parte di un’unica grande civiltà. E non esisteva il disprezzo per i barbari o i Persiani, ora considerati persone dedite solo alle richezze, al lusso, effeminate e prive di morale. Nasce così in un primo momento la paura per lo straniero, a cui segue, inevitabilmente, l’odio. Un esempio di questo atteggiamento viene da Ippocrate di Cos, il famosissimo medico dell’omonimo Giuramento, che rifiutò di curare la pestilenza diffusa tra l’esercito nemico. 
Istane (persiano): “Artaserse, il Gran Re, ha bisogno di te, e ci ha inviati degli ufficiali con l’ordine di darti l’oro, l’argento e tutto il resto di cui hai bisogno o che desideri, in gran quantità, e di farti venire al più presto. Dice che godrai degli stessi onori dei migliori dei Persiani. Presentati dunque senza indugio.”
Risposta di Ippocrate: “Ippocrate, medico, a Istane, governatore di Alicarnasso, salve. Alla lettera che mi hai mandato, dicendo che viene dal re, ecco la mia risposta, che farai pervenire al re al più presto. Gli dirai che noi abbiamo a sufficienza provviste, vestiti, case, e tutto ciò che occorre per vivere. Dell’abbondanza dei Persiani non ci è permesso di godere, né di liberare i barbari dalle loro malattie, perché essi sono nemici dei Greci. Addio.” 
Giulia Bitto  (fonti: Chronos – tempi e spazi dell’antico)

XXIII Congresso Mondiale della Filosofia ad Atene: quale location migliore?

Proprietà: it.euronews.com
Con Talete di Mileto, nel VII-VI secolo a.C., secondo una tradizione aristotelica, iniziò l’indagine filosofica: il termine filosofia deriva dall’unione del verbo greco philèin (amare) e dal sostantivo sophìa (sapienza). “Amare la sapienza”. Staccandosi dalle credenze religiose e dai miti, l’uomo indaga sulla natura e sulla vita contando sulla propria sophìa. Per molti secoli, da Talete in poi, la filosofia è stata campo prettamente greco (o di zone strettamente collegate alla Grecia): basti pensare che Socrate, Platone ed Aristotele nacquero o operarono ad Atene. Ed è proprio in questa città, culla della civiltà occidentale, che si sta svolgendo il XXIII Congresso Mondiale della Filosofia. 
Oggi, come sappiamo, Atene non è più fulgida città sede della cultura e dell’arte, bensì teatro di decadimento, scontri, crisi, disperazione. Molti vorrebbero addirittura escludere la Grecia dall’Europa: ma cos’è l’Europa se non la figlia della Grecia? William McBride, presidente della Federazione Internazionale delle Società di Filosofia, pone sapientemente l’accento su questa questione: “Un’Europa forte dovrà ripensare quale sia il significato dell’identità europea“.
È proprio per riflettere su cosa significhi essere europei e sul ruolo della Grecia che il Congresso ha sede in Atene: location più che azzeccata in questo determinato momento storico in cui, più che guardare al valore di un popolo e al suo apporto, ci si concentra sulla sua situazione economica. Il tema su cui dibatteranno i pensatori di tutto il mondo è: “la filosofia come ricerca e scelta di vita“. 2400 anni sono passati dalla fondazione dell’Accademia di Platone: è davvero cosa vecchia e ininfluente o l’intera Europa, anche oggi, deve qualcosa al pensiero greco?
Giulia Bitto