Uccise la moglie nel 1990, salvato dalla prescrizione

Una sentenza che farà discutere quella del tribunale di Pescara, che ha “salvato” dal carcere Giulio Morrone. L’uomo, marito di Teresa Bottega, scomparsa nel 1990, era stato formalmente incriminato dopo che la sua confessione a un parroco, nella quale testimoniava di aver ucciso la moglie, era stata rivelata dal curato a un terzo che poi l’avrebbe inoltrata agli investigatori, portando così alla riapertura di un vero e proprio “cold case”. Oggi, tuttavia, la sentenza lo libera dalla giusta punizione detentiva in quanto il giudice, non riconoscendo l’aggravante dei futili motivi, ha fatto sì che il reato, incredibile a udirsi, cadesse in prescrizione, nonostante il PM avesse chiesto per Morrone 16 anni.
La confessione di Morrone, resa ai PM, è di una crudezza sconcertante:”Avevamo litigato per l’ennesima volta, le ho stretto le mani intorno al collo e ha smesso di respirare. L’ho lasciata lì, ho accompagnato il bambino a scuola e poi sono tornato a riprenderla. Ho messo il corpo in un cesto, l’ho caricato nel bagagliaio, ho guidato a lungo e a un certo punto mi sono fermato a Bombeno, non so perchè, non ricordo molto ma il cartello sì. Poi ho buttato il cesto in un canale o in un torrente e me ne sono andato”. Tutto questo, tuttavia, non è bastato per evitare l’ennesima barbarie della giustizia nostrana, che è riuscita ad evitare il carcere a un uomo che in modo efferato ha posto fine alla vita della moglie, fingendo poi che la stessa fosse fuggita all’estero o chissà dove con un altro uomo. Le indagini, ora, si concentrano sulla ricerca del corpo: purtroppo il colpevole resterà sostanzialmente impunito.
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La Grecia reagisce al fascismo, ‘decapitata’ Alba Dorata

Pavlos Fyssas, il rapper ucciso lo scorso 17 Settembre da Alba Dorata

Il cambio di rotta era nell’aria. Che la Grecia, nell’affannoso tentativo di uscire dalle secche della crisi, non potesse trascinare con sé la zavorra di Alba Dorata sembrava ogni giorno più ovvio: la violenza, il terrore, l’ignoranza di questo neofascismo paramilitare erano per Atene un pessimo biglietto da visita. Ma l’omicidio di Pavlos Fyssas, rapper 34enne, e le minacce di dimissioni di massa (vi ricorda qualcuno?) hanno fatto sì che quello che resta dello Stato di Diritto, travolto dalla miseria e dalla fame del popolo, desse un ultimo, letale colpo di coda. Nella notte tra ieri ed oggi sono infatti finiti in manette il leader di Alba Dorata, Nikos Michaloliakos, il portavoce Ilias Kasidiaris e 36 militanti, tra i quali ben 13 parlamentari su 18 (2 sono attualmente in latitanza). Un colpo mortale alla testa del gruppo, che nei mesi scorsi sembrava destinato a prendere le redini della Grecia con una svolta autoritaria.

Sono state le minacce di dimissioni a spingere il governo e la polizia ad agire contro Alba Dorata, i cui esponenti erano già sospettati di essere i mandanti dell’omicidio del giovane rapper. In un momento in cui una crisi istituzionale avrebbe di fatto ostacolato l’arrivo degli aiuti economici dall’UE la miopia politica di Alba Dorata stava facendo rischiare troppo il premier Samaras. Azione giudiziaria o repressione politica? Probabilmente entrambe: un’ultima alleanza di forze democratiche nel tentativo di salvare la Grecia.

Michaloliakos esegue il saluto romano a un raduno di neofascisti

In attesa dei processi i militanti di Alba Dorata si stanno radunando in queste ore sotto le sedi della polizia, e non è difficile che si arrivi a scontri. 

Fonti dei servizi segreti, riportate in queste ore sui quotidiani, segnalano infatti come siano stati individuati numerosi campi di addestramento di Alba Dorata in tutto il paese, nonché di come vi siano le prove del coinvolgimento diretto di esponenti di spicco del partito in  violenze perpetrate in questi mesi ai danni delle minoranze etniche. Di certo, ad Atene, la situazione rimane tesa. Ma, per la prima volta dopo anni, la Grecia sembra abbastanza forte da fare fronte comune contro una vera e propria minaccia interna.
Roberto Saglimbeni

Calcio shock: arbitro uccide calciatore, la famiglia lo decapita

L’arbitro brasiliano, “malcapitato omicida” 
A meno di un anno dai mondiali di Brasile 2014, una notizia sconvolge il mondo dello sport: in una partita dilettantistica nello stato del Maranhao, nel nord del paese, l’arbitro 20enne è stato assalito da una folla inferocita, lapidato, impalato, scorticato e decapitato al centro del campo per aver prima espulso e poi accoltellato Josenir dos Santos Abreu, 31 anni, calciatore, anch’egli deceduto per le ferite riportate. 

La macabra notizia, riportata dal quotidiano Globoesporte, getta nuove ombre sull’organizzazione dei mondiali 2014 e delle Olimpiadi 2016 in Brasile, la cui macchina organizzativa è già sotto accusa per i recenti disordini durante la Confederations Cup; tornando ai fatti, sembra che il terribile omicidio sia sorto da un banale tra arbitro e calciatore: quest’ultimo, rifiutandosi di lasciare il campo, avrebbe rifilato una pedata al direttore di gara che, per tutta risposta, avrebbe estratto un coltello dal taschino colpendo il nemico con reiterata violenza. In campo si è allora scatenato il caos: mentre lo sfortunato Josenir veniva condotto all’ospedale per poi spirare poco dopo, i suoi familiari si riversavano in campo e, divelto un palo, vi legavano l’arbitro omicida sottoponendolo dapprima a una feroce lapidazione, poi a un vero e proprio scorticamento e infine a una decapitazione terminata con l’esposizione del “trofeo” per le vie intorno allo stadio.
La polizia brasiliana, tempestivamente avvertita, è intervenuta nelle scorse ore arrestando già tre persone, identificate grazie alle telecamere dello stadio. Altri aggressori sono tutt’ora a piede libero, ma l’ispettore Valter Costa non vuole lasciare loro via di scampo: “Li prenderemo: un crimine non giustifica un altro crimine“. Tuttavia nulla potrà l’operato della polizia sui legittimi dubbi che l’opinione pubblica internazionale sta sollevando sui prossimi eventi sportivi in Brasile, sui quali gravano minacce e violenze senza precedenti e, come ormai non accadeva da tempo, il rischio di un flop.
Roberto Saglimbeni