Giuseppe Pinelli: morte (per niente) accidentale di un anarchico.

Pochi giorni dopo il ricordo della strage di piazza Fontana la memoria torna, inevitabilmente, ai fatti che seguirono quella notte del 12 dicembre 1969, per l’esattezza tre giorni.
E’ da poco passata la mezzanotte del 15 dicembre e un altro rumore, questa volta più sordo e sommesso, turba la notte di Milano.
Dalla finestra del quarto piano della questura del capoluogo lombardo precipita un corpo che si schianta nel cortile interno dell’edificio.
Si tratta del ferroviere anarchico, Giuseppe Pinelli, che dopo l’esplosione che ha squarciato l’edificio della Banca dell’Agricoltura è stato condotto in questura, dove è stato trattenuto per tre giorni per essere sottoposto ad accertamenti insieme ad altri esponenti dei club anarchici e della sinistra extra parlamentare.

E’ la pista anarchica infatti quella verso cui convergono gli sforzi investigativi delle autorità per trovare il colpevole della strage di piazza Fontana.

Il primo della lista nera degli indiziati è Pietro Valpreda, compagno di Pinelli del circolo anarchico Ponte della Ghisolfa.

E’ questo il motivo per il quale Pinelli viene trattenuto in questura molto più degli altri e viene messo sotto torchio.
L’anarchico Pasquale Valitutti, uno dei tanti fermati che tra il venerdì delle bombe ed il lunedì successivo hanno riempito le camere di sicurezza della questura, ha poi dichiarato: «Domenica pomeriggio ho parlato con Pino (Pinelli) e con Eliane, e Pino mi ha detto che gli facevano difficoltà per il suo alibi, del quale si mostrava sicurissimo.
Mi anche detto di sentirsi perseguitato da Calabresi e di avere paura di perdere il posto alle ferrovie.
Verso sera un funzionario si è arrabbiato perché parlavo con gli altri e mi ha fatto mettere nella segreteria che è adiacente all’ufficio di Pagnozzi (un’altro commissario dell’ufficio politico n.d.a); ho avuto occasione di cogliere alcuni brani degli ordini che Pagnozzi lasciava ai suoi inferiori per la notte.
Dai brani colti posso affermare che ha detto di riservare a Pinelli un trattamento speciale, di non farlo dormire e di tenerlo sotto pressione per tutta la notte».

Il primo a vedere il corpo ormai quasi senza vita di Pinelli è Aldo Palumbo, cronista milanese dell’Unità. La versione rilasciata dalla questura riguardo all’accaduto non convince.

Troppe le discrepanze, troppi dietrofront nelle dichiarazioni: “Pinelli ha avuto un malore ed è caduto” poi “Si è visto messo alle strette, il suo alibi non reggeva e si è lanciato” e ancora “E’ andato verso la finestra e si è buttato prima che riuscissimo ad intervenire” poi “Abbiamo provato a fermarlo e nel tentativo al brigadiere Panessa è rimasta una scarpa in mano”.
L’ultima dichiarazione è presto smentita da Palumbo che sostiene, essendo stato il primo a sopraggiungere sul posto, che entrambe le scarpe erano ai piedi della vittima stesa al suolo.
Le altre non convincono, anzi si sfarinano di fronte all’evidenza. Pinelli era un uomo dal carattere tenace e maturo, sposato con figli, non ha mai dimostrato tendenze suicide.

Ma c’è dell’altro. Dalla dinamica del’incidente si evince che nella caduta Pinelli scivola letteralmente lungo il muro e rimbalza sui cornicioni sotto la finestra, segno che non c’è stato alcuno slancio al momento della caduta.
A condurre l’interrogatorio è .appunto, il commissario di pubblica sicurezza Luigi Calabresi, che rimarrà lui stesso vittima del terrorismo, assassinato tre anni più tardi mentre si accingeva a salire nella sua auto.
Poco chiaro però il ruolo (e la responsabilità) che ha avuto Calabresi all’interno del caso Pinelli.
E’ lui il primo bersaglio delle accuse di omicidio sollevate dalla sinistra extra parlamentare e lui che pagherà con la vita reo di aver permesso l’ omicidio di stato.

Ma, stando al racconto di Luigi Calabresi, direttore del quotidiano la stampa, figlio del defunto commissario, tra Pinelli e Calabresi intercorreva un rapporto di stima, sfociato in uno scambio di testi letterari.
Forse sia Pinelli che Calabresi sono vittime di quel cerchio di violenza che si è aperto con la bomba di piazza Fontana ed è terminato nel 1975 con l’incriminazione degli esponenti di Lotta Continua: Adriano Sofri, Ovidio Bompressi, Leonardo Marino e Giorgio Pietrostefani, mandanti ed esecutori dell’omicido Calabresi.
Ma se ai responsabili della morte del Commissario Calabresi è stato dato un volto ed un nome e per loro è stata emessa una condanna, per la morte di Giuseppe Pinelli, ferroviere anarchico, ci sono state solo assoluzioni e nessun colpevole.
In molti tra intellettuali e militanti hanno raccontato e cantato di Pino, morto senza colpa nei locali della Questura di Milano. Ricordiamo tra tutti la piece teatrale di Dario Fo “Morte accidentale di un anarchico” e la “Ballata del Pinelli” di Claudio Lolli.
Giustizia non è stata fatta, la strage di Stato resta impunita, a noi il dovere della memoria.

Antonio Saggese

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Strage di Piazza Fontana: 44 anni senza una risposta

Sono passati 44 anni da quel giorno. La strage di Piazza Fontana resta una delle pagine più nere della storia d’Italia che ancora non ha trovato un colpevole certo. 
Alle 16:37 del 12 dicembre 1969 esplode una bomba nella sede della Banca nazionale dell’agricoltura a Milano, provocando la morte di 17 persone, ferendone 88. Poco dopo ne viene rinvenuta un’altra in Piazza della Scala, per fortuna inesplosa e fatta brillare successivamente (forse distruggendo alcune prove utili alle indagini). 
Poco prima delle 17 un terzo ordigno ferisce 13 persone a Roma, nel passaggio sotterraneo che collega l’entrata di Via Veneto della Banca Nazionale del Lavoro con quella di Via San Basilio. Altre due bombe scoppiano ancora nella capitale, una davanti all’Altare della Patria e l’altra a due passi dal Museo Centrale del Risorgimento. 
Ai funerali delle vittime del 15 dicembre 1969 – Nella foto Sandro Pertini (terzo da sinistra)
La folla ai funerali delle vittime nel Duomo di Milano
Quanti i sospettati che sono stati arrestati per essere poi rilasciati, quante volte è sembrato di arrivare ad una verità per poi non giungere mai a niente. Quante interpretazioni sono state date ad un attentato che inevitabilmente ha assunto sempre più le sembianze di un attacco alle istituzioni. Quante persone aspettano tutt’ora una risposta. Tra accuse a gruppi anarchici, a esponenti di circoli di estrema destra, tra inchieste e contro-inchieste abbiamo perso l’orientamento. 
Quarantaquattro anni di indagini, processi e attese. Solo assoluzioni e prescrizioni si sono susseguite nel tempo, ma nessuna condanna vera; tranne che per alcuni esponenti dei servizi segreti accusati di depistaggio. Dopodiché silenzio, nessuna risposta; nessun colpevole. La verità non è ancora arrivata. 
Per quanto tempo ancora si dovrà consumare inchiostro sui giornali prima di poter scrivere “caso risolto”? 
Francesco Bonistalli