Rolling Stone e la classifica Rap di cui… Non sentivamo il bisogno

Fai una classifica dei tuoi 10 piatti preferiti. Ora confrontala con quella del tuo vicino di casa e vedrai che, molto probabilmente, sarà completamente diversa! Ho conosciuto gente il cui piatto preferito erano i broccoli con le acciughe! Come si fa ad amare il broccolo? Per me è un incubo, per altri una leccornia… È normale, dopotutto ognuno ha i suoi gusti, ed i gusti (culinari e non solo) sono, per antonomasia, personali. Se poi si parla di Rap, la difficoltà di catalogare, classificare e giudicare i brani cresce esponenzialmente. Perché? Semplice, il Rap è un genere che punta molto sul testo, su un messaggio verbale complesso che racchiude un insieme di opinioni, di impressioni e di valori che non possono, per definizione, essere condivisi da tutti. Inoltre questo genere utilizza il linguaggio (slang) del momento, fa riferimenti ad avvenimenti e personaggi del proprio tempo, quindi non può essere capito e digerito appieno da chiunque non abbia vissuto quel contesto storico e sociale. In poche parole non è possibile stillare una classifica dei 10 classici, dei 10 brani del Rap proprio perché nel Rap i classici praticamente non esistono, e se esistono, sono molto molto rari!

Il classico è un capolavoro senza tempo, senza spazio, che riesce a toccare delle corde proprie di ogni uomo, comuni ad ogni popolo, in ogni tempo, e se poi nella suddetta classifica, gli espertoni della rivista Rolling Stone, inseriscono brani come “tranne te” e  “terrone”, il sospetto che quest’ impalcatura non abbia fondamenta diventa certezza. Cosa si fa, dopo tutto, per non estinguersi? Si finisce a parlare di Hip Hop! Un genere che fino a qualche anno fa era snobbato e deriso da queste riviste musicali “specialistiche” e che ora, invece, tiene in piedi la baracca. E per carità, tutti hanno diritto di esprimersi su questo genere, tutti hanno il diritto di dire la propria, ma va fatto con cognizione di causa, con competenza, senza una presuntuosa superficialità derivante dall’assunto che “questa non è musica”! Se non è musica non parlatene, se volete parlarne informatevi, ed evitate di tentare di impiantare modelli propri di altri generi musicali (come le classifiche) a questa che, innanzitutto, è una cultura, quindi va conosciuta, studiata e rispettata!
Francesco Bitto
P.s. Questo è sicuramente uno dei capolavori della storia del Rap…
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Il settimo sigillo – Un caffè con Bergman – Recensione Film

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Il settimo sigillo  (Det sjunde inseglet) è uno dei capolavori indiscussi del genio svedese Ingmar Bergman, grande regista che ha segnato in maniera prorompente il Cinema attraverso un linguaggio ed una regia che non hanno eguali, il tutto coadiuvato da un’ ottima formazione teatrale.
Con questa pellicola del 1957 entriamo nel vivo della poetica del Bergman, poetica che caretterizzerà l’intera produzione del regista svedese. In particolare vengono delineate tutte quelle domande esistenziali che l’Uomo si è posto sin dall’alba dei tempi. Domande esistenziali di leopardiana memoria, domande che come per il pastore errante dell’Asia, non avranno mai risposte definitive. 
L’unca certezza che il genere umano può avere all’interno del proprio mondo di paura e di ombre è senza dubbio la morte. La triste mietritrice che sopraggiunge indiscussa su ogni individuo. Come diceva il grande Totò è una “livella”, non fa distinzione alcuna. 
La morte

Ella è rappresentata come la personificazione di un monaco, in vesti nere ed incappuciato, senza alcuna peluria sul volto, pallido come la cenere, lo stesso colore cinereo che caratterizza i volti dei cari amati, quando  alcun alito di vita possiede le carni che una volta erano vigorose e capaci.

Tale immagine fisica, rimarrà per sempre impressa negli occhi dello spettatore, abbandonando un immaginario collettivo che preferiva uno scheletro con la falce.
La morte è dura, fredda e schietta, viene senza indugi a reclamare ciò che le appartiene. Siamo in uno scenario ambientato in un fosco medioevo, pieno di supertizione e movimenti millenaristici. Flagellanti, pittori e chierici urlano a gran voce il loro monito alle masse: “La fine è vicina!” Regna la peste nera che con sé, oltre La morte, ha portato la disperazione, Il crollo di tutto un certo sistema di valori morali fortemente radicatosi nel passato: il terreno viene meno sotto i piedi, vi è il crollo di ogni certezza!
Tale è lo scenario che si prefigge ad Antonius Block, cavaliere di ritorno dallo scempio delle crociate. Unico sostegno è Jöns, il suo scudiero, crudo, cinico, materialista, un personaggio come pochi, ed in netto contrasto col suo tempo, tanto che è accettato soltanto dalla ragazza muta che egli stesso salva da un’aggressione, muta poiché incapace di poter manifestare agli altri l’angosciosa consapevolezza che più di altri essa possiede: “l’ora è venuta”.
Jöns è la manifestazione dell’aspetto logico-razionale dell’uomo, ma la visione del mondo cha ha lo scudiero è pessimistica ed in particolare rassegnata.
Antonius Block e lo scudiero Jöns

Antonius Block, tornato dalla crociata, non sa più cosa credere, ha una profonda crisi mistica. Ecco il passo successivo, l’uomo non si ferma davanti alla morte, ma pone il problema di Dio. Figura onnipotente e infinita, unica capace di poter dar un senso alla caducità ed all’apparente insensatezza dell’esistenza umana. Vi è all’interno di Antonius un conflitto tra l’esistenza di Dio, che darebbe senso all’esistenza, e la possibilità che il divino non esista, che è una visione che pare molto più reale ai suoi occhi ma che rimane contraddittoria ed inesplicabile. Una strada irta e tortuosa si prefigge al cavaliere in cerca di riscatto, non di un riscatto cavallersco, ma concretamente umanitario in opposizione all’esperienza delle crociate. Tale riscatto si concretizzerà nel momento in cui, per salvare la giovane famigliuola di saltimbanchi dalla morte, darà loro l’occasione di scappare perdendo volutamente la partita a scacchi intrapresa con la morte stessa, iniziata  con l’intenzione di poter prender tempo, affinché si compisse una buona azione.

Jof e Mia

Alla fine riesce a vivere a questo mondo chi come Jof, il marito di Mia della famiglia dei saltimbanchi, vive di fede, fede nelle sue apparizioni a cui nessuno crede, ma che sono l’unica cose che alla fine consente loro di poter fuggire alla morte.

Non è la soluzione definitiva  ma neanche le altre sembrano essere alternative completamente esaurienti e per molti versi sono pure più angosciose della fede stessa.
Sembra riecheggiare un’eco: “la fede è paradosso e scandalo”, inteso in senso più come lo intendeva Sartre rispetto a come lo intendeva Kierkegaard. L’unica consapevolezza assoluta è la morte che sopraggiunge funesta, realtà che trascende qualsiasi verità. 
Ingmar Bergaman

Il mondo tracciato dal maestro I. Bergman, che poi è la rappresentazione della vita stessa, sarà meglio delineato con la sua produzione successiva, in cui viene posto l’individuo e la natura conflittuale e insanabile dello stesso in rapporto agli altri ed al concetto dell’incomunicabilità tra gli esseri. Esistenzialismo puro che mai sarebbe potuto esser rappresentato meglio, rappresentazione che non è soltanto artistica ma pure filosofica ed al tempo stesso trascende qualsiasi altra forma, sia essa poetica, cinematografica, narrativa o saggistica.

 
Un capolavoro da vedere e rivedere, per poter cogliere sempre una visione nuova e completa del messaggio del Bergman. Incontrarlo attraverso la visione della sua produzione cinematografica è sempre un’emozione indescrivibile ed ad ogni suo incontro scrivere una recensione, spiegare un suo film o semplicemente raccontarlo risulta essere un insulto alla sua sublime arte, ogni altra rappresentazione, che non sia del Bergman stesso, è una rappresenzione ingannevole e sbagliata.
È impossibile render un linguaggio e una forma che in altri termini non potrebbe esser rappresentati.
– Köröshi