Jeju Loveland: dove le statue praticano il kamasutra

Jeju Loveland (제주러브랜드) (conosciuto anche semplicemente come Love Land: Terra dell’Amore) è un parco tematico asiatico all’aperto contenete numerose sculture. La struttura, nata nel 2004, è situata sull’isola di Jeju nella Corea del Sud (che per la sua bellezza meriterebbe un articolo fotografico dedicato) ed è dedicata al tema della sessualità.

Una panoramica dell’isola di Jeju
I visitatori possono infatti visionare dei video sull’educazione sessuale e contemplare le 140 statue raffiguranti degli individui in diverse pratiche e posizioni. Altri elementi di rilievo sono delle enormi riproduzioni in pietra di organi sessuali, maschili e femminili, accompagnati da sculture a forma di mano che mimino delle pratiche di autoerotismo. Il sito del parco definisce lo stesso come “un luogo dove l’arte orientata all’amore incontra l’erotismo”.
Se vi state chiedendo il perché di questo quantomeno bizzarro parco tematico o del perché sia stata scelta questa location eccovi un po’ di storia. Dopo la guerra di Corea l’isola di Jeju divenne, anche grazie al suo clima caldo, una popolare meta per le lune di miele delle coppie di sposini coreani. Molte di queste coppie derivavano da matrimoni combinati dai familiari degli stessi sposi e ben presto l’isola divenne anche un centro per l’educazione sessuale.

A detta di Simon Winchester, giornalista e reporter di viaggio della rivista tedesca Der Spiegel, che visitò il posto nei tardi anni 80, alcuni membri dello staff alberghiero fungevano da “rompi-ghiaccio” professionisti, al fine, per l’appunto, di aiutare le coppie di neo-coniugi ad entrare in confidenza, e la sera le stesse strutture offrivano programmi di intrattenimento caratterizzati dalla presenza di elementi erotici allo scopo di generare intimità.
Nel 2002 i laureati alla Hongik University di Seoul iniziarono a creare sculture per il parco, che aprì infine il 16 novembre 2004. Abbracciando un’area estesa quanto due campi da calcio, tutte le sculture possono essere fruite nel giro di circa un’ora, e, a rotazione mensile, vengono esposti lavori di diversi artisti coreani. Tale apertura alla sessualità non preoccupi, però, i più attenti; è infatti necessario aver compiuto i 19 anni per visitare il parco e, per i genitori che volessero visitarlo coi bambini, è stata pensata un’area separata dedicata ad accogliere i minori mentre gli adulti effettuano il proprio giro.

Ed ora una breve carrellata di immagini:



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Argonautiche: Il dardo di Eros fa innamorare Medea

La complessa vicenda delle Argonautiche del poeta alessandrino Apollonio Rodio vede come protagonista femminile Medea, donna già comparsa nell’omonima tragedia di Euripide (vedi Psicologia femminile nella Medea). L’innamoramento di Medea avviene per i soliti capricci divini: Era e Atena convincono Afrodite a inviare suo figlio Eros sulla terra per fare innamorare la donna dell’eroe Giasone, affinché ella lo aiuti ad ottenere il vello d’oro. 

Ma la descrizione di Apollonio non si limita alla semplice esposizione dei fatti: riprendendo il modello di Saffo (vedi Fenomenologia d’amore in Saffo) egli delinea in modo nuovo e particolareggiato lo sconvolgimento interiore della donna, che, colpita dal dardo del dio, è arsa da un fuoco interiore e paralizzata. Come la fiamma di un tizzone, alimentato da una vecchia filatrice, brucia e fa brillare la casa, così Medea ha il cuore avvampato, gli occhi che brillano, le guance rosse. Le nefaste conseguenze di questo amore si svilupperanno nei capitoli successivi, per condurre al tragico epilogo che tutti conosciamo. 

Ciò che ci appare del tutto nuova e gradevole è anche la caratterizzazione di Eros, bambino petulante e viziato, che compie la missione posta da Afrodite con “sguardo ammiccante“, e, divertito, gongolando di gioia scappa dalla sala. A questa allegria si contrappone la sofferenza/amore di Medea, vittima dei capricci divini, che “consuma il suo animo nel dolore dolcissimo“. Eros dolce-amaro diceva Saffo: mai ossimoro fu più azzeccato.

Intanto giunse Eros per l’aria chiara, invisibile, violento, come si scaglia sulle giovani vacche l’assillo che i mandriani usano chiamare tafano. Rapidamente nel vestibolo, accanto allo stipite, tese il suo arco e prese una freccia intatta, apportatrice di pene. Poi, senza farsi vedere, varcò la soglia con passo veloce e ammiccando, e facendosi piccolo scivolò ai piedi di Giasone; adattò la cocca in mezzo alla corda, tese l’arco con ambo le braccia, e scagliò il dardo contro Medea: un muto stupore le prese l’anima. Lui corse fuori, ridendo, dall’altissima sala, ma la freccia ardeva profonda nel cuore della fanciulla come una fiamma; e lei sempre gettava il lampo degli occhi in fronte al figlio di Esone, e il cuore, pur saggio, le usciva per l’affanno dal petto; non ricordava nient’altro e consumava il suo animo nel dolore dolcissimo. Come una filatrice, che vive lavorando la lana, getta fuscelli sopra il tizzone ardente, e nella notte brilla la luce sotto il suo tetto – si è alzata prestissimo – la fiamma si leva immensa dal piccolo legno, e riduce in cenere tutti i fuscelli; così a questo modo terribile Eros, insinuatosi dentro il cuore, ardeva in segreto; e, smarrita la mente, le morbide guance diventavano pallide e rosse.

Giulia Bitto

Amore platonico: cos’è veramente?

Per amore platonico si definisce comunemente un amore che non comprende la dimensione sessuale e spesso nemmeno il contatto; un sentimento non manifesto, che si nutre delle qualità interiori dell’oggetto. Tuttavia, come spesso accade, questa definizione nel tempo è mutata; oggi è lontana da quella originale, e si tende ad abusare dell’espressione “amore platonico” per indicare una semplice cottarella non dichiarata o un rapporto che non prevede atto sessuale. Facciamo un po’ di chiarezza.

Sarebbe davvero bello poter parlare in modo approfondito dei due dialoghi in cui Platone parla di amore: il Simposio e il Fedro. Tuttavia sarò costretta a riassumere brevemente. Nel Simposio Socrate delinea la figura di Eros: figlio di Poros (Espediente) e Penìa (Miseria, Bisogno), a metà tra divino e umano (e perciò un demone), partecipa della natura di entrambi i genitori. A causa della madre è sempre alla ricerca di qualcosa, bisognoso e privo di risorse; ma grazie al padre riesce a cavarsela. Eros è un’entità di mezzo: “Innanzitutto è sempre povero, ed è molto lontano dall’essere delicato e bello, come pensano in molti, ma anzi è duro, squallido, scalzo, peregrino, uso a dormire nudo e frusto per terra, sulle soglie delle case e per le strade, le notti all’addiaccio; perché conforme alla natura della madre, ha sempre la miseria in casa. Ma da parte del padre è insidiatore dei belli e dei nobili, coraggioso, audace e risoluto, cacciatore tremendo, sempre a escogitar machiavelli d’ogni tipo e curiosissimo di intendere, ricco di trappole, intento tutta la vita a filosofare, e terribile ciurmatore, stregone e sofista. E sortí una natura né immortale né mortale, ma a volte, se gli va dritta, fiorisce e vive nello stesso giorno, a volte invece muore e poi risuscita, grazie alla natura del padre; ciò che acquista sempre gli scorre via dalle mani, cosí che Amore non è mai né povero né ricco.

Amore è un’entità imperfetta: non è un dio, non è bello, non è ricco, non ha grazia. Ciò che può fare, in quanto a metà strada tra divino e mortale, è mediare tra queste due sfere: attraverso Amore si può giungere al divino. Ma come? Un uomo, secondo Platone, per mezzo della bellezza e dell’amore verso qualcuno può trascendere la realtà e arrivare al mondo perfetto delle Idee, più precisamente all’Idea del Bello (l’Idea suprema). Questo processo non è immediato: attraverso una lenta “scalata”, che parte dalla bellezza esteriore (e questo si deve sottolineare) per poi arrivare ad apprezzare quella interiore, l’uomo trascende il mondo delle apparenze (e quindi l’apparenza stessa). Questo tipo di sentimento può anche non comprendere la sfera sessuale e il contatto per un motivo prettamente storico e sociale: ai tempi di Platone l’amore (tra le classi alte) era anche e soprattutto omosessuale, e questo era considerato più puro di quello eterosessuale in quanto non mirava alla procreazione e all’appagamento di istinti.

Quello che succede tra gli innamorati (ma che al momento non giova alla nostra definizione) è invece spiegato nel Fedro (leggi Fenomenologia d’amore-Platone). Amore platonico è quindi un amore che, attraverso la bellezza estetica, raggiunge le qualità interiori per innamorarsene: e, come si pensava in Grecia, era un amore univoco e unilaterale. Uno ama, l’altro è semplicemente amato. Ma non importa, se il fine ultimo è arrivare addirittura a ciò che è divino e perfetto! L’amore (omosessuale in primis) era visto a scopo paideutico (di insegnamento e trasmissione della cultura, ma anche di valori), oltre ad essere il sentimento che tutti conosciamo. Cosa che, purtroppo, oggi si è persa.

Giulia Bitto