"Preso nel Vortice" dei Diaframma – Recensione Disco

Federico Fiumani, leader storico dei Diaframma ed unico superstite della formazione originaria, non si ferma mai. Collabora con artisti emergenti, scrive poesie, realizza edizioni deluxe dello storico “Siberia”a trent’ anni dalla sua uscita ed è perennemente in tour con e senza la sua band. A 53 anni ha la stessa energia di quando, da ventenne, solcava i palchi a Firenze negli anni 80’.

L’ultima fatica dei Diaframma è il disco “Preso nel Vortice”, uscito nell’Ottobre di quest’anno. È il sedicesimo di una lunga serie di album ma non per questo privo di mordente o di inventiva.
È un album estremamente variegato, soprattutto dal punto di vista tematico: si passa dal sound cupo di “Infelicità”, il cui testo ricco di immagini claustrofobiche ricorda i primi Diaframma, all’allegria di “Ottovolante”, dedicata all’amico/rivale Piero Pelù dei Litfiba, nella quale Fiumani ricorda con un pizzico di nostalgia gli “anni d’oro” della New Wave italiana dei quali fu,insieme a Pelù, protagonista.
Sempre presente nella produzione dei Diaframma è il tema dell’amore trattato anche nei suoi aspetti meno idilliaci, in maniera, perciò, estremamente reale. Non fa eccezione questo ultimo album, nel quale è contenuto ad esempio “L’uomo di Sfiducia“, brano nel quale si lamentano le incomprensioni che nascono inesorabilmente all’interno di una relazione.
Molto bello è il brano di chiusura (“Voglia di“), una sorta di inno alla vita che permette di godere a pieno delle abilità cantautorali di Fiumani il quale riesce a trasmettere grande potenza lirica utilizzando immagini e parole semplici soltanto all’apparenza.

Notevoli le collaborazioni: troviamo Enrico Gabrielli (piano, tastiere e sax), Gianluca de Rubertiis (piano e tastiere) e Marcello Michelotti dei Neon e Alex Spalck dei Pankow, due vecchi amici di Fiumani coi quali quest’ultimo ha condiviso un buon numero di esperienze musicali.

Malgrado l’iperprolificità e l’iperattività musicale che sono spesso deleterie per la qualità del prodotto offerto, i Diaframma non smettono mai di rinnovarsi e di sorprendere i fans, i quali in ogni caso non possono che sentirsi “presi nel vortice” creato magistralmente da Federico Fiumani e dalla sua band.

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Decapitated: Nihilty – Recensione disco

I Decapitated di Nihility, nel 2002, sono riusciti a scolpire in un rinnovato, freddo, tecnico e disturbante death metal la realtà nichilista più disumanizzata degli anni ’00.
Per la prima volta nell’ambito di un genere da testi adolescenziali e splatter un gruppo riuscì a convogliare la mostruosa disumanizzazione musicale del brutal (già fondata in passato) ad un concept filosofico dai mille volti che la rispecchiasse tra momenti di folle lucidità e rigetti zarathustriani.
L’album inizia con la tetra “Perfect Dehumanisation (The Answer?)” che mette bene in chiaro quanto i ritmi sincopati della batteria di “Vitek” possano fondersi ai riff dissonanti, tecnici e freddi del brano in un intento di massacro sentimentale. I Decapitated cominciano ad erigere la bandiera del nulla dal primo secondo.
Il ritmo incalzante di “Eternity too short” si fonde alla poesia del brano, che a tratti assomiglia ad un delirio di Charles Manson nei suoi momenti di più lucido odio verso il mondo.
La produzione dal sound perfetta, l’utilizzo della tecnica in una maniera anti-banale e la ricerca della tradizione si trasformano (involontariamente) in una meteora che scardina l’immaturità di un movimento così di nicchia. “Mother war” è una lettera alla realtà divina: la madre guerra non è altro che la concubina di Dio, figlio dello zero e del nulla nichilista. Slancianti e taglienti martellate alternanti fungono da ponti in un brano che, come la struttura di tutto il cd, non possiede momenti cardine. L’intera architettura musicale dell’album si potrebbe descrivere, in poche parole, come sprazzi di 0 ( n.d.r. inteso come il nulla più neutro) fusi da ponti ossessionanti di odio.
Nihility (Anti-Human Manifesto)” è uno dei momenti musicali più ricercati dell’album. Riff alla Necrophagist e impostazione alla Suffocation si fondono alla sincope omogenea delle ritmiche scritte dal chitarrista “Vogg”, mente, insieme al giovane e compianto batterista “Vitek” (all’epoca del cd solo 17enne, morì a 23 anni in un tragico incidente d’auto), del lavoro intero della band. Nihility è la chiave di comprensione dell’intera opera. Segue “Names” che sottolinea la poca importanza delle convenzioni umane nell’universo e la paura della conoscenza dell’inconscio altrui. Si conclude con la tetra frase “Voglio vedere la mia stessa morte”.
Spheres Of Madness è il più grande momento di pazzia mai concepito nella storia del Death metal.
Riff angustiosi, funzionali, arsi dal fuoco dell’assenza. Il testo è il dipinto delirante del volto di un mondo fallito, l’urlo di uno Zarathustra moderno e senza pretese intellettualoidi che si esprime attraverso un genere posto all’esatto estremo contrario dei movimenti che più spesso sono stati vettori di cultura filosofica nella storia del rock
La pazzia è l’unico metodo di conoscenza nella poetica disturbante del gruppo. “Babylon’s pride” è un altro profetico morso sanguinante nei confronti della perfezione cristiana e della vita in quanto tale. “Symmetry of Zero”, l’ultima fatica dell’album, è il coronamento stilistico: la simmetria del nulla si fonde ad un tapping Necrophagistiano e gotico, uno dei pochi momenti con chiaro riferimento emotivo nell’album, altalenato da scale dal sapore sintetico e freddo. 
Il risultato finale della band è inaspettatamente ed incredibilmente rivoluzionario nel suo fondere aspetti così profondi della filosofia moderna ad un genere puramente estremo che, in tendenza, è privo di valore concettuale ed intellettuale. La grandezza della formazione e del lavoro di per sé, tuttavia, appaiono in maniera evidente quando questo intellettualismo prende la forma di un esperimento unico ed omogeneo che non vuole risultare una supponente dichiarazione dandy, come accade spesso nei gruppi che cercano di elevarsi a livello letterario, ma una vera e propria trasposizione delle note in testi. I Decapitated hanno dato un senso concettuale e artistico ad un genere che ne aveva solo in ambito strettamente musicale.

Carcass: Surgical Steel – Recensione disco

Il 13 Settembre 2013, dopo ben 17 anni di attesa, è uscito Surgical Steel, il nuovo album dei Carcass.
Ciò che è chiaro fin dal primo brano, “1985”, è che i Carcass non si sono scordati di loro stessi e della loro carriera ma, anzi, se ne ricordano dal primo all’ultimo secondo. L’intro è, infatti, una citazione all’anno in cui iniziarono a suonare per la prima volta heavy metal (prima della svolta estrema).
Con un ritmo calzante e una rabbia tutt’altro che appiattita, i nuovi Carcass percorrono brano per brano i passi della loro storia: pezzi come “Thrasher’s Abattoir” e “Noncompliance to ASTM F 899-12 Standard” si rifanno alle vene puramente grindcore dei primi lavori (Reek of Putrefaction, Symphonies of Sickness), invece brani come “316L Grade Surgical Steel” e “The Master Butcher’s Apron” vogliono riprodurre il melodic death metal degli anni d’oro e dei capolavori (Heartwork).
Da molti definito come un album solo di fan service e poco sentito, Surgical Steel è in realtà un lavoro dal sapore nostalgico che riesce, mantenendosi su un buonissimo livello, a fondere le varie tradizioni di un gruppo molto eclettico.

Non ci troviamo di fronte a un capolavoro, le pecche del cd sono chiare: troppi riferimenti al passato e troppi pochi al futuro, quasi nessuna canzone definibile come punta di diamante e troppo spesso composizioni dimenticabili. Tuttavia, Surgical Steel merita assolutamente l’ascolto da parte dei fan della band e del genere.

La perla che i Carcass ci lasciano con questo disco è senza dubbi il brano finale: melodic death metal condito da riff dal sapore heavy e tradizionale, “Mount of Execution” in 8:25 minuti si evolve tra malinconia e rabbia con un’esecuzione perfetta e molta ispirazione.
Surgical Steel è senza dubbio una promozione per una delle più importanti e influenti band della scena.

Ricordo agli amanti del gruppo che si esibiranno, assieme agli Amon Amarth, il 24 Novembre 2013 a Trezzo sull’Adda(MI).

Alter Bridge, la fortezza post-grunge torna a colpire con ‘Fortress’ – Recensione disco

A 3 anni di distanza dal loro ultimo lavoro, “AB III” (2010, Roadrunner Records), gli Alter Bridge tornano sulla scena della musica mondiale con “Fortress”.
Nel tempo che ha diviso queste due ultime prove, le perplessità destate dagli altri progetti dei membri più in rilievo della band (Mark Tremonti ha lavorato su un progetto solista mentre Myles Kennedy si è concentrato molto nel suo progetto con il chitarrista ex-Guns n’ Roses, Slash) avevano preoccupato tantissimi fan.

Le tonalità cupe, il pessimismo nei riff e l’oscurità di Fortress rendono l’ascoltatore subito consapevole di una realtà: gli Alter Bridge di Blackbird, ancora giovani e fiduciosi per un futuro migliore (si vedano brani come Rise Today), non torneranno mai più.
Parentesi grunge come Lover si amalgamano tra sfuriate rapide e complessi riff metal che, timidamente, fanno l’occhiolino addirittura a ritmiche di stampo djent e, in alcuni tratti, metalcore (The Uninvited).
Le influenze musicali in “Fortress” sono del tutto rinnovate, ma il marchio di fabbrica AB non smette di comparire e, anzi, si solidifica in una realtà musicale ben coordinata e pensata. Ogni brano racconta di esperienze di dolore, di errori e di rimpianti in una tracklist che presenta anche pezzi coraggiosi e dalla lunga durata (la stessa title track “Fortress”). Al contrario di quanto si tendeva a temere prima dell’uscita dell’album, Fortress è una prova tutt’altro che forzata e commerciale. È, invece, evidente la maturazione di una band che, in questo caso, ha quasi abbandonato totalmente i toni commerciali e conformisti che erano soliti caratterizzare, in almeno 2 o 3 momenti, i vecchi lavori.

Non ci troviamo di fronte a un long-playing perfetto né al capolavoro della band. In alcuni tratti, infatti, il cd tende a svilupparsi con troppa lentezza (tra Calm the Fire e Farther Than The Sun). Tuttavia si può assolutamente affermare con certezza che gli Alter Bridge, per la quarta volta di seguito, non deludono i loro fan, si evolvono e dimostrano di essere una tra le più interessanti band che, negli ultimi anni, ha cavalcato il panorama del rock/metal più mainstream.
Addicted to Pain, il primo singolo dell’album, uscito il 12 Agosto in Europa e il 20 Agosto negli Stati Uniti.