Colpo di Stato in Egitto: l’intervento dell’esercito rischia di vanificare i risultati di una rivoluzione lunga due anni – FOTO e VIDEO

Reuters
La Sfinge ha ripreso a ruggire. Un anno e mezzo dopo le prime proteste a Piazza Tahrir, e un anno esatto dopo l’elezione di Mohamed Morsi a Capo del Governo, ci risiamo: l’Egitto ripiomba nel caos, senza più una guida, con un popolo che si combatte lungo le strade della capitale e con l’esercito di nuovo al comando. Il mondo aspetta con apprensione di sapere quale sarà il destino egiziano, sapendo bene che da esso dipende in larga parte l’equilibrio della regione.

Steve Crisp (Reuters/Contrasto)

L’ormai ex presidente Morsi è stato deposto nel pomeriggio di ieri dall’esercito egiziano, alla fine di un ultimatum durato appena 48 ore. Il capo delle Forze Armate, Abdel Fattah Al-Sisi, ex ministro della difesa, ha messo il premier davanti ad un bivio: rassegnare le dimissioni, o essere costretto a farlo dall’esercito ed essere arrestato. Nel frattempo, Piazza Tahrir e tutta Il Cairo erano affollate da milioni di persone, divise tra i Tamarrod (i ribelli) e i lealisti del governo Morsi, prevalentemente militanti e simpatizzanti del partito dei Fratelli Musulmani. Morsi non ha ceduto al ricatto, dichiarando la legalità della sua posizione e scatenando così l’intervento di Al-Sisi e dei suoi uomini, che sono intervenuti arrestandolo e prendendo il controllo del Paese. La Costituzione è stata sospesa, ed è stato proclamato come guida temporanea dello Stato il presidente della Corte Costituzionale, Adly Mansour. In piazza i manifestanti continuano a scontrarsi, ma sono tenuti sotto controllo dai carri armati dell’esercito.

Khalil Hamra (Ap/Lapresse)

Il presidente destituito, Mohamed Morsi, ha fallito tutti gli obiettivi che si era prefissato in campagna elettorale: non è riuscito ad includere tutti i corpi sociali negli affari di governo, non ha fatto ripartire l’economia, non ha garantito stabilità democratica al Paese. In novembre aveva persino provato ad attribuirsi poteri assoluti tramite un decreto, per scavalcare la presunta immobilità degli organi decisionali democratici e far fronte ad una situazione economica disastrosa. Questa (sbagliatissima) decisione aveva provocato nuove sommosse popolari, ed un conseguente netto calo della popolarità del premier. Non dimentichiamo, però, che Morsi aveva conquistato il potere in seguito a regolari elezioni democratiche. Di certo non esenti da difetti, ma democratiche, le prime da molto tempo in Egitto.
L’intromissione dell’esercito negli affari di Stato non è una buona cosa: la storia ci insegna che quando i militari prendono il potere, raramente poi lo restituiscono al popolo sovrano. Una situazione politica instabile e confusa è terreno fertile per le iniziative degli uomini forti dell’esercito, che possono spesso sfociare in vere e proprie dittature militari. Pur in un contesto culturale, storico e geografico totalmente differente, la situazione egiziana è paragonabile a quella greca e portoghese degli anni ’70. Quello avvenuto ieri è un golpe, che lo si voglia ammettere o meno: un colpo di Stato che ha potuto contare sul sostegno del popolo, certo, ma pur sempre un colpo di Stato.

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Il coup d’etat di ieri apre nuovi scenari, e molti di questi non sono confortanti. La possibilità che i militari reclamino il potere per sé esiste, ma deve tener conto di quello stesso popolo che gli ha permesso, ieri, di destituire Morsi: una forzatura del genere condurrebbe, quasi sicuramente, ad una guerra civile. È più probabile che l’esercito mantenga il ruolo che ha avuto negli ultimi due anni: un organo indipendente dalle istituzioni, dotato di un ampio budget che non è sottoposto al controllo parlamentare (tutti privilegi garantiti dalla Costituzione). Un’ascia perennemente pronta a calare sul governo di turno, che condurrebbe ad una vera e propria “democrazia controllata”.
La fine dell’era dei Fratelli musulmani (e forse la loro definitiva scomparsa) pone interrogativi su quale sarà la prossima fazione politica al comando. Le forze liberali e democratiche non riescono a far presa sulla gente e a costituire un fronte unito, ed i loro personaggi più rappresentativi (uno su tutti il Nobel per la pace Muhammad al-Barade’i) non hanno più il carisma e la credibilità di due anni fa. I milioni di manifestanti, adesso uniti nella lotta ad un nemico comune, potrebbero presto ritrovarsi divisi in tanti piccoli gruppi contrapposti. Dall’altra parte della barricata i salafiti e Al Azhar, fazioni islamiche ben più estremiste di quella dei Fratelli Musulmani, potrebbero affermarsi come punto di riferimento per il vasto elettorato “orfano” della formazione politica di Morsi, con conseguenze disastrose per la situazione politica del Paese.

Louafi Larbi (Reuters/Contrasto)

Il mondo sta a guardare: gli USA hanno colpe evidenti, consistite nell’aver supportato i Fratelli Musulmani senza aver cercato di comunicare con la società civile; l’Europa si è limitata ai moniti di circostanza, ma sa bene che la bomba egiziana, pericolosamente vicina ai suoi confini, potrebbe esplodere da un momento all’altro; l’ONU ed il suo segretario generale Ban Ki-Moon mettono in guardia il popolo, denunciando come “l’interferenza militare nelle questioni di Stato è fonte di preoccupazione”, ma non hanno gli strumenti per agire. Oltre a distare poche centinaia di chilometri dall’Europa, l’Egitto è cruciale in quanto crocevia tra il Medioriente (ed Israele) e le altre nazioni del Maghreb. L’instaurazione di una dittatura militare, o la presa del potere da parte dell’Islam politico estremista, potrebbero portare a nuovi, gravissimi squilibri. Con la Siria nel pieno della guerra civile, il Libano in preda al caos e la Giordania percorsa da tensioni ormai da mesi, il governo di Tel Aviv potrebbe iniziare a soffrire da sindrome di accerchiamento. I sottili e delicatissimi equilibri della regione sono in pericolo.
L’Egitto può ancora risorgere: dovranno essere le opposizioni a trovare la forza di compattarsi e a convincere il popolo che la strada democratica è quella giusta da seguire. È un processo da compiere in fretta, per evitare il definitivo collasso dell’economia egiziana, già prostrata da anni di squilibri e dalle scelte sbagliate del Governo Morsi.

Giovanni Zagarella

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