La strada degli scrittori: quando la letteratura diventa una realtà culturale e non solo

La letteratura diventa una realtà culturale e turistica concreta grazie al progetto intitolato “La strada degli scrittori”, inaugurato pochi giorni fa a Racalmuto dal Ministro dei Beni e delle attività Culturali e del Turismo Massimo Bray: trenta chilometri di cultura da Racalmuto, appunto, a Porto Empedocle, passando per la Valle dei Templi ed il giardino di Kolymbetra ad Agrigento, per visitare le case natali ed i luoghi frequentati da Luigi Pirandello, Leonardo Sciascia ed Andrea Camilleri, per riscoprire e rivivere l’incanto dei paesaggi descritti nelle opere di questi tre grandi autori siciliani, respirando gli odori indimenticabili ed assaporando i profumi intensi di una terra magica come la Sicilia.
Unico obiettivo: la valorizzazione di alcuni luoghi spesso sottovalutati o dimenticati, nonché una grande opportunità che può servire da esempio per la crescita del nostro Paese, nell’orbita di un itinerario turistico consapevolmente costruito sulle tracce della letteratura.

La Regione Siciliana, in collaborazione con altri Enti, ha aderito al progetto, che si spera possa via via svilupparsi al meglio; è, tuttavia, innegabile che si tratti di un’iniziativa interessante, che intende anche coinvolgere molti giovani in cerca di lavoro, mettendo in moto un circuito di vere e proprie attività imprenditoriali in piccoli e grandi centri della Sicilia.
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Accorinti e le Forze Armate: era giusto pronunciare quel discorso?

Ventiquattr’ore dopo il controverso discorso del sindaco Renato Accorinti in occasione della Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate, Messina stenta a tornare alla normale vita di tutti i giorni. L’opinione pubblica, spaccata tra irriducibili Accorintiani ed inferociti detrattori del sindaco, si sta ancora dando battaglia a suon di articoli ed opinioni, sia sui giornali locali che sui social network. E la polemica non accenna minimamente a calmarsi. 
In aperta polemica con le Forze Militari e con la cerimonia stessa, Accorinti ha pronunciato un appassionato discorso in favore della pace e dello smantellamento degli eserciti, e ha poi posato davanti ai fotografi con in mano una bandiera della Pace adornata con l’articolo 11 della Costituzione. Un gesto dal fortissimo contenuto polemico, che ha spinto il Generale Ugo Zottin ad abbandonare anzitempo la cerimonia e che ha scatenato l’astio di una parte del pubblico. Gli animi si sono scaldati così tanto da obbligare la DIGOS ad intervenire per fermare alcuni “riottosi”, particolarmente innervositi dall’atteggiamento del sindaco.

Nell’analizzare meriti e colpe di Renato Accorinti e del suo discorso va innanzitutto sottolineata la coerenza del Primo Cittadino, che ha agito in piena sintonia con la propria storia personale ed il proprio carattere. Lo “show” messo in piedi ieri era ampiamente pronosticabile già in campagna elettorale: sono stati proprio l’atteggiamento rivoluzionario e la discontinuità dalla vecchia élite politica messinese a permettere ad Accorinti di vincere le elezioni. Il gesto di ieri, che va di pari passo con le altre “particolarità” della sua amministrazione, è un gesto di coerenza con ciò che i cittadini hanno votato. 
La coerenza accorintiana si nota anche nel contenuto del discorso pronunciato. Pace, smantellamento degli arsenali, abbattimento delle frontiere: tutte cose dette, ridette, e che già si conoscevano del pensiero del Primo Cittadino messinese. Se ieri Accorinti avesse lodato le Forze Armate ed il loro ruolo nella società contemporanea, come ci si aspettava che facesse, i media locali ed i suoi avversari avrebbero ugualmente gridato allo scandalo.

Il fatto che Accorinti sia stato coerente non implica, però, che le sue gesta vadano apprezzate in toto. La giornata di ieri serviva anche a ricordare il sacrificio dei tanti soldati italiani morti durante le due guerre mondiali: tempi in cui la leva obbligatoria e la follia delle nazioni mandarono al macello decine di milioni di uomini, molti dei quali italiani e siciliani. Nonostante un omaggio iniziale ai “morti per la libertà”, le successive parole e gesta di Accorinti hanno completamente oscurato il messaggio che la commemorazione voleva lanciare. A dimostrazione di come la sede ed il momento non fossero quelli adatti per pronunciare un discorso di tale fattura.
Pur comunicando un messaggio giusto, estremamente positivo e coerente con la propria storia personale, il sindaco ha sbagliato nelle modalità e nei metodi di comunicazione dello stesso, trasformando un rito puramente formale in uno scontro tra opinioni ed idee differenti. Allo stesso modo appaiono assurde e fuori luogo le critiche di Giampiero D’Alia, che ha addirittura parlato di “provocazione demenziale e inopportuna”, tradendo il suo eccessivo coinvolgimento nelle ultime elezioni comunali, che hanno visto il suo schieramento sconfitto proprio da quello di Renato Accorinti. Non bisogna tuttavia sorprendersi: quello visto ieri nient’altro è che Renato Accorinti, coi suoi pregi ed i suoi difetti mai nascosti, ma anzi esposti e resi ben visibili ai cittadini che lo hanno votato. E che lo hanno voluto a Palazzo Zanca.


Giovanni Zagarella

Danilo Dolci, il Ghandi italiano

“Non è vero che la gente non capisce, non possa capire. Vero, invece, che la gente perlopiù è allevata con tanto invisibili quanto mostruosamente consistenti paraocchi affinché non possa affrontare i suoi problemi.” Così parlava Danilo Dolci nei primi anni Cinquanta. Quando l’Italia non si era ancora ripresa dai drammi della guerra e della dittatura fascista, lui, cittadino normale innamorato dell’uguaglianza e della libertà, intraprende la via della rivoluzione nonviolenta per scuotere le coscienze dei suoi concittadini, afflitti dalla povertà, dall’ignoranza e dalla delinquenza.
Danilo Dolci nasce il 28 giugno 1924 a Sesana, in provincia di Trieste, e ultimati gli studi di Architettura subito dopo la seconda guerra mondiale, si trasferisce a Partinico (Palermo). È Il 14 ottobre 1952 quando, sul letto di morte di un bambino perito per fame, Danilo Dolci decide di dare inizio alla sua protesta per le condizioni dei cittadini siciliani. La sua personale ribellione comincia con numerosi digiuni, che daranno grande popolarità alle sue battaglie per il lavoro, per il pane, per la democrazia. La sua è un’azione rivoluzionaria dal basso, ispirata ai metodi nonviolenti gandhiani, arricchita da una creatività fondata sul grande rispetto per gli altri. L’impegno individuale di Dolci si allarga all’inizio degli anni Sessanta nel “Centro Studi e Iniziative per la piena occupazione” da lui fondato. L’azione locale e individuale si stava trasformando via via in impegno collettivo, costituendo una significativa esperienza per il superamento di contraddizioni socio-politiche e culturali non solo a livello regionale, ma anche planetario.
Il 2 febbraio 1956, a Partinico, Danilo Dolci ed il suo gruppo portano avanti una iniziativa eccezionale mai vista prima, che prende il nome di sciopero alla rovescia. Alla base c’è l’idea che, se un operaio, per protestare, si astiene dal lavoro, un disoccupato può scioperare invece lavorando. Così centinaia di disoccupati si organizzano per riattivare pacificamente una strada comunale abbandonata. Ma i lavori vengono fermati dalla polizia e Dolci, con alcuni suoi collaboratori, tra cui Peppino Impastato, viene arrestato. Dolci, alle accuse lui rivolte, rispondeva che “il lavoro non è solo un diritto, ma per l’articolo 4 della Costituzione un dovere: che sarebbe stato, era ovvio, un assassinio non garantire alle persone il lavoro, secondo lo spirito della Costituzione.”
In quegli anni le condizioni di vita per centinaia di famiglie siciliane erano disperate. Il titolo di uno dei suoi primi libri è fin troppo esplicito: “Fare presto (e bene) perché si muore”. Il volume raccoglie le storie di pescatori, braccianti, vedove, disoccupati, e dà voce a una Sicilia poco o per nulla conosciuta. Sin dal suo arrivo in Sicilia, Dolci individua nella criminalità organizzata un forte ostacolo allo sviluppo. Grazie a un lavoro attento e capillare, cresce anno dopo anno un solidissimo fronte antimafia, mentre tanti rappresentanti dello Stato si ostinavano ancora a sostenere che la mafia neppure esisteva. Nel 1965, nel corso di un’affollata conferenza stampa successiva a una nuova audizione della Commissione antimafia, Dolci denuncia pubblicamente per collusione con la criminalità organizzata l’allora potentissimo ministro Bernardo Mattarella della Democrazia Cristiana. Questo fa di Danilo Dolci un nemico pubblico per il governo di Roma; ma lui non si arrende, e continua con la sua ribellione nonviolenta.
Le proteste di Dolci e del Centro Studi vengono interrotte solo quando le autorità si impegnano a realizzare alcuni interventi urgenti in favore delle poverissime popolazioni siciliane. La stampa comincia a parlare di Dolci come del “Gandhi italiano”, che non si atteggia a detentore di verità, né a guru venuto a dispensare ricette o a insegnare come e cosa pensare. È convinto che le forze necessarie al cambiamento si possano trovare nelle persone comuni e che non possa esistere alcun riscatto che prescinda dalla maturazione di consapevolezza dei diretti interessati. Sa quanto sia essenziale, per la riuscita di un’impresa, che ciascuno la senta propria dato che i progetti migliori, sulla carta più efficaci, falliscono se calati dall’alto e avvertiti come estranei.
Dolci ha combattuto la miseria, la mafia, il sistema clientelare, ma il suo merito più grande è stato quello di aver fatto una cosa semplice, che dovrebbe essere naturale in una realtà sociale non alienata: ha aiutato la gente ad incontrarsi, discutere insieme dei problemi comuni, aprirsi, comunicare. È tutta qui la sua maieutica socratica, espressione filosofica per esprimere un argomento essenziale. Non può esistere democrazia se non c’è confronto, non esiste democrazia in un Paese in cui la socialità è frammentata ed ognuno apprende singolarmente il mondo, non esiste democrazia dove la lettura attenta della realtà completa lascia il posto alla chiacchiera ed allo slogan. L’utopia di Dolci era quella di una società del potere, di una umanità che risolve i problemi comuni attraverso la comunicazione ed il reciproco adattamento. Una umanità che sa rapportarsi in modo nonviolento alla stessa natura, poiché la vera democrazia si esercita nel coesistere, nel crescere insieme, e non nel cresce sopra ed a spese di altri.

Emanuele Pinna

I Ciunno Boyz e il profumo dell’ Hip Hop di una volta

L’Hip Hop è il genere dell’innovazione per eccellenza, deve evolversi, deve cambiare, non può rimanere fermo e fare riferimento sempre allo stesso periodo… E se lo fa muore! Ecco perchè l’Hip Hop degli anni 90 non può e non deve essere uguale a quello di oggi, e può essere proposto solo da chi, nei 90, c’era. Tuttavia le nuove generazioni hanno il dovere di voltarsi, di guardare indietro e di interrogarsi su cosa sia stato l’Hip Hop in passato, su quali valori fosse fondato, mettendo in discussione l’operato di chi c’era prima, rielaborando il tutto e innovandolo con il sentire del proprio tempo.

Ecco perchè oggi parleremo di due artisti, i Ciunno Boyz (Artik e Biro) che fanno Hip Hop fin dagli anni 90,  nella periferia delle periferie (Enna) e che sono tra i rappresentanti di una scena, quella  siciliana, che agli albori di questo genere è stata una delle più fertili e una delle più rispettate in Italia. E sono tempi che i più giovani non hanno conosciuto e a cui ci si può approcciare solo grazie ai racconti dei più grandi, di chi c’era, tempi in cui questa cultura ha fatto davvero fatica ad affermarsi, in una delle isole più retrogradi del pianeta, sgomitando e scalciando per annunciare  il proprio diritto ad esistere, tra i sorrisi ironici di chi non capiva e ridicolizzava l’Hip Hop. E da quello che si dice, sembra essere stato un momento fantastico, un Hip Hop eccezionale, in cui tutto girava attorno al rispetto, dove gli amici contavano più dei soldi, i testi più dello stile e la strada più dello studio. E non lo dico solo per dire ragazzi, non sono solo parole buttate li, chiedete a chi c’era! L’Hip Hop negli anni 90 era soprattutto un collante tra persone, una passione comune che dava a tutti l’opportunità di socializzare , di stare assieme guardandosi in faccia (e non attraverso uno schermo).
E il Rap dei Ciunno profuma ancora di questi tempi, e trasforma questa concezione musicale in una tematica molto ricorrente nei testi (Ti manca il filo), dove gli artisti di Enna denunciano la deriva di questo genere, ormai costruito su mode e atteggiamenti precostituiti, dove la ricerca del denaro e della fama hanno sostituito gli intenti assai più nobili della scena anni 90. Ma la lente di ingrandimento non si sofferma solo a questa cultura, ma scava nei vizi e nelle ipocrisie di una società siciliana ancora ferma al giurassico, dove le donne sono ancora oggetti (Pulp Stories) nelle mani degli uomini, in una realtà culturale in cui il pensiero dominante è ancora fortemente maschilista e dove l’emancipazione femminile viene vista più come una minaccia allo status dell”uomo dominante” che come un’opportunità, e dove i rapporti tra le persone sono spesso avvelenate da ricatti e minacce ( Intro contromoda con dj Kollasso).
Ma in questo oceano di sconforto, i Ciunno Boyz trovano comunque la forza di esprimere e sviluppare tematiche positive, dall’amore non sempre facile (you) allo sport, con i suoi miti e le sue icone ( Michael Jordan) con tutto il carico di passione e di ammirazione che questi uomini sono in grado di suscitare nei tifosi, una passione pura, sincera e sterminata, che traspare con incredibile potenza attraverso la base e arriva intonsa all’ascoltatore. Ma il Rap “positivo” resta comunque una parentesi rosa tra le parole “fanculo” e “futuro”(che non c’è), e tornano inesorabili le tematiche della disoccupazione, della repressione e del controllo di uno stato che umilia e mortifica i giovani e il sud Italia (R.I.P).
Insomma il Rap dei Ciunno Boyz invita alla riflessione, al rispetto di valori ormai sbiaditi come la fratellanza e la tolleranza, un Rap passionale in cui la concezione “old” dello stesso è croce e delizia del gruppo, forse un pò troppo retrò (stilisticamente parlando) e un pò troppo distante dall’evoluzione stilistica dell’Hip Hop contemporaneo (caratteristica comune un pò a tutta la scena siciliana). I Ciunno Boyz, insomma, sono fedeli (fino all’integralismo) a un certo tipo di Rap, appartenente a un periodo storico ben preciso, che ha segnato la storia della scena Italiana, e che comunque va conosciuto, ammirato e rispettato dalle nuove generazioni. Forse quel’ Hip Hop è stato un sogno… Ma che bel sogno è stato!
Per scaricare prigionia mentale: http://www.mediafire.com/?kpoleyubbqq…
Francesco Bitto

Ferdinando Scianna, "il mestiere del fotografo" – Interviste

Questo articolo fa parte della Rubrica dedicata alla Fotografia.

È il suo fotografare, quasi una rapida, fulminea organizzazione della realtà, una catalizzazione della realtà oggettiva in realtà fotografica: quasi che tutto quello su cui il suo occhio si posa e il suo obiettivo si leva obbedisce proprio in quel momento, né prima né dopo, per istantaneo magnetismo, al suo sentimento, alla sua volontà e – in definitiva – al suo stile.” (Leonardo Sciascia)

In questo articolo tre importanti video riguardanti il fotografo siciliano Ferdinando Scianna, il primo è un intervista di 14 minuti, il secondo è una specie di convegno della durata di quasi due ore e il terzo un video con le sue fotografie più belle sulla donna secondo Scianna.

La sua biografia, le sue foto e altri video inerenti questo grande fotografo italiano al seguente link: Ferdinando Scianna – I grandi Fotografi Italiani

Intervista a Ferdinando Scianna

Ferdinando Scianna “Il mestiere di fotografo”

Afip Associazione Fotografi Italiani Professionisti.
Lectio Magistralis di fotografia e dintorni. Alla Triennale di Milano.
Ferdinando Scianna ” Il mestiere di fotografo “, conversazione stimolata da Giuseppe di Piazza e introdotta dalla Gialappa’s Band.

La donna per Ferdinando Scianna

Ride la gazza, nera sugli aranci – di Salvatore Quasimodo

Forse è un segno vero della vita:
intorno a me fanciulli con leggeri
moti del capo danzano in un gioco
di cadenze e di voci lungo il prato
della chiesa. Pietà della sera, ombre
riaccese sopra l’erba così verde,
bellissime nel fuoco della luna!
Memoria vi concede breve sonno;
ora, destatevi. Ecco, scroscia il pozzo
per la prima marea. Questa è l’ora:
non più mia, arsi, remoti simulacri.
E tu vento del sud forte di zàgare,
spingi la luna dove nudi dormono
fanciulli, forza il puledro sui campi
umidi d’orme di cavalle, apri
il mare, alza le nuvole dagli alberi:
già l’airone s’avanza verso l’acqua
e fiuta lento il fango tra le spine,
ride la gazza, nera sugli aranci.