Google e Microsoft: un algoritmo contro la pedofilia online

Via la pedopornografia da internet: obbiettivo arduo, se pensiamo alla vastità della rete, ma necessario per proteggere le fasce più deboli e i più piccoli dalle insidie del web. E, da oggi, obbiettivo che appare sempre più vicino: Google e Microsoft, infatti, hanno sviluppato insieme una serie di software che renderanno più difficile reperire immagini di minori vittime di abusi. Come spiega Eric Schmidt, presidente del consiglio di amministrazione di Google, “il sistema cancellerà dal web oltre  100 mila termini che possano ricondurre a contenuti pedopornografici. Al posto dei risultati della ricerca l’utente troverà una pagina vuota, priva di link”, e poi continua “Se pensiamo che a breve il software sarà disponibile in oltre 150 lingue è facile comprendere come l’impatto sarà certamente rivoluzionario ed efficace”. Anche Microsoft, che ha lavorato allo sviluppo del progetto, ha deciso di applicarlo al suo motore di ricerca, Bing. “L’efficacia del sistema”, dichiara ancora Schmidt, “sta nel sistema di riconoscimento facciale: quando si registra un’immagine pedopornografica con la faccia di un minore vittima di abusi, questa viene automaticamente rimossa e non è più reperibile”.
“Un’iniziativa lodevole, ma non basta”. Così Jim Gamble, ex executor chief del servizio di protezione dei minori sul web del Regno Unito, si esprime sul nuovo sistema. “I pedofili” dichiara Gamble “non vanno su Google a cliccare “immagini”, ma condividono la loro malata perversione ai limiti di internet, in siti e piattaforme in cui è difficile entrare e incidere con questi sistemi”. Anche altre associazioni di attivisti, pur apprezzando il progetto, esprimono dubbi sulla sua reale efficacia e lo stesso Schmidt, nel presentarlo, ha detto chiaramente che non è ancora possibile attuare un controllo preventivo sui contenuti messi in rete, ma solo una censura ex post. Dunque, un primo passo per vincere una battaglia che si preannuncia ancora lunga. 
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Amicizie, memes e fandom: uno sguardo al mondo e al linguaggio dei social network

Negli ultimi anni stiamo assistendo, tramite il fenomeno dei social network, ad un’imponente rivoluzione dei sistemi d’informazione e di fruizione della cultura. Quello che è avvenuto con la fondazione di Facebook, Twitter, MySpace, LinkedIn, Google+, Badoo, Netlog – e chi più ne ha più ne metta – non si limita a una trasformazione mediatica, ad una mera sostituzione del mezzo comunicativo, ma mette in atto delle modifiche strutturali nel nostro modo di pensare e di concepire il mondo e, di conseguenza, di esprimere tale trasformazione attraverso un nuovo linguaggio.
Il primo concetto a risultare alterato in questo meccanismo è quello di relazione sociale.
La definizione di “amico” è stata così irreparabilmente compromessa che oggi riesce difficile tracciare un confine chiaro tra l’amicizia vera e il semplice conoscersi di vista. Tra i valori amicali e affettivi su cui si basa un rapporto simmetrico e la frenesia del collezionismo isterico di persone rientranti nella cerchia degli “amici”.
Certo, spesso il social network diventa un modo per ritrovare vecchi conoscenti e riallacciare legami interrotti dal tempo, ma nella maggior parte dei casi all’amicizia sul web non corrisponde un background di esperienze e di affetti tra le due persone in questione. Nella maggior parte dei casi un’amicizia serve solo a fare numero, come se la quantità di amici su FB potesse sopperire la scarsa qualità delle relazioni con ognuno di loro.
Ecco perché nella nostra epoca il conformismo e la serialità vanno tanto di moda: una delle ragioni (ma anche dei sintomi) di questa tendenza sta proprio nel rendere l’uomo un prodotto seriale, dozzinale e perciò sostituibile.
Un altro aspetto preoccupante di questo fenomeno è indubbiamente la deriva linguistica, l’impoverimento e irrigidimento dei modi di dire, di adottare una visione del mondo e di concepire le esperienze personali.
In quest’ambito giocano un ruolo fondamentale i memes.
Il termine “meme” non ha origine dai social network, ma dall’epistemologia e da teorie socio-antropologiche degli anni ’60-’70.
Per “meme” si intende “un’unità di informazione residente nel cervello” che può influenzare l’ambiente in cui si trova e propagarsi, attraverso la trasmissione culturale, tra individui che ne fanno uso. In questa accezione generale ogni schema, ogni entità culturale replicabile da un supporto (come un libro, un film o un testo musicale) e non trasmissibile geneticamente è un meme.
Ora veniamo al significato che il meme riveste nell’universo di Internet: un Internet meme è sostanzialmente un fenomeno mediatico diffuso per imitazione attraverso la rete, che può riferirsi a dei contenuti specifici (ad esempio delle citazioni) o a dei modi di dire e di agire condivisi.
Il guaio è che il meme si fa spesso promotore di sterili etichette, che rientrano in quelle strategie della distinzione adottate dai gruppi subculturali, come le tendenze musicali o i fandom. Il risultato finale è un’infinita costellazione di microsocietà, che adottano un linguaggio proprio e che tendono a emarginare tutti coloro che non comprendono o non condividono le allusioni e le caratteristiche del loro mondo artificiale.
Anche quando il meme fa riferimento a un luogo comune diffuso esso è quasi sempre privo di contenuti reali, e adotta stereotipi che rischiano di proiettare forme ormai dominanti all’interno della pseudo-realtà dei social network nella vita quotidiana, mistificando e semplificando paurosamente il reale.
Oltretutto forme di comunicazione simili innescano loop concettuali a volte insolubili, perché autoreferenziali, che allontanano sempre più gli utenti dal mondo concreto e producono una pericolosissima confusione di reale e virtuale.
In questo modo, complice anche la massificazione di questi processi e l’estrema velocità con cui si diffondono e nello stesso modo si dissolvono, Internet e i social network stanno definitivamente completando quell’involuzione e regressione omologante e amalgamante del pensiero e dell’immaginario contro cui ci mettevano in guardia grandi intellettuali come Orwell o Pasolini.
Stiamo attenti a non sottovalutare gli insegnamenti di questi profeti della contemporaneità, testimoni di un pensiero debole sempre attuale, che ci ricorda tutte le storture della società in cui viviamo.
È chiaro che non tutto è da buttar via: da un lato i social network sono diventati spinte propulsive per il lavoro, l’informazione, la creatività; d’altro canto, raccogliendo le funzioni divulgative che un tempo erano proprie della scrittura cartacea, non si può fare a meno di utilizzarli, perfino con finalità critica nei confronti del sistema stesso (come sto facendo io in questo momento!), a patto di non cadere nel non-senso e nella banalità del linguaggio.
Facciamo pertanto attenzione a che questa nuova lingua non diventi una Neolingua (Orwell docet), che costringa l’uomo ad adottare stereotipi per interpretare il mondo, rifuggendo da una dimensione concettuale più profonda e riflessiva. Il rischio è alto, e il prezzo è l’imbarbarimento e la perdita di autonomia intellettuale. Siamo davvero disposti a pagarlo, pur di sentirci “connessi”?
Giorgio Todesco