La democrazia in pericolo: riflessioni sul ruolo vitale del popolo

Da vent’anni l’Italia non riesce a tirare su la testa, non riesce a dare speranza ai propri giovani, sicurezza ai propri lavoratori, a stare vicina alle persone più deboli. La crisi economico-sociale che attanaglia il nostro Paese da cinque anni sembra aver accresciuto la rabbia degli italiani. Questa collera è alla costante ricerca di punti di sfogo sempre variabili a seconda delle circostanze. Molto spesso, in Italia e non solo, la capacità di raccogliere la rabbia in una idea è affidata ad un progetto ben preciso che mira a canalizzarla verso diversi obbiettivi comuni che si succedono rapidamente. La storia lo insegna, la nascita di movimenti autoritari avviene proprio così, con una mirata azione verso un progetto comune che per la sua realizzazione ha bisogno che tutto ciò che gli sta attorno debba essere demolito progressivamente, e quando il popolo sarà convinto nella sua totalità e sarà mosso dalla stessa passione del movimento, di esso non vi sarà più bisogno perché gli obbiettivi e gli ideali saranno ormai chiari e rigidi nella mente delle persone.
Tornando alle questioni nostrane, è evidente che i cittadini non provano più solamente una disaffezione verso la politica ma verso la democrazia, che ci sta sfuggendo molto rapidamente dalle mani. La democrazia è il potere sovrano assegnato nelle mani del popolo, e se quest’ultimo decide di non esercitarlo più, la democrazia stessa non ha più senso di esistere. La partecipazione democratica sta crollando progressivamente e sembra che il popolo aspetti che qualche energia carismatica risolva la situazione. La tendenza italiana di appassionarsi ad un leader carismatico rischia di dimostrarsi nuovamente. In ciò non c’è niente di male, sia chiaro: il problema nasce quando questi decida di strumentalizzare la rabbia del popolo per scagliarsi contro tutti e contro tutto per affermare che chi non si adegua al suo modo di pensare debba essere escluso e eliminato.
Strumentalizzare la rabbia delle persone è però qualcosa di molto pericoloso, perché un movimento che voglia dirsi democratico non può affermare di voler cambiare il sistema dalla base, se poi invece ne sfrutta le caratteristiche. Un movimento democratico non può dirsi superiore agli altri, non può descrivere i propri avversari come nemici da abbattere, non può mirare al raggiungimento della totalità dei seggi in Parlamento, perché se la raggiungesse lo stesso Parlamento come luogo di confronto e discussione sarebbe inutile. Un movimento democratico non può basarsi sul silenzio e sul terrore, i suoi aderenti devono essere liberi di potere esprimere le proprie opinioni senza temere di essere espulsi perché esse risultano diverse dalla linea imposta a livello generale. Un movimento democratico deve porsi in contrasto con le ideologie autoritarie, deve dirsi antifascista in primo luogo, e non può dialogare con autorità che si rifanno a idee totalitarie e razziste. Un movimento democratico deve tenere fede e rispettare le istituzioni che lo rappresentano, credere fermamente nei principi fondamentali che ispirano la Costituzione.
In Italia attualmente i concetti che animano democrazia si stanno progressivamente diradando. Quale democrazia può dirsi vitale senza la partecipazione, l’alternanza e l’uguaglianza in libertà? La partecipazione del popolo pur essendo fondamentale, diminuisce sempre di più, e l’interesse della cittadinanza verso le questioni pubbliche svanisce giorno dopo giorno. Ormai l’alternanza, che presuppone il costante confronto tra le forze politiche e il loro continuo susseguirsi alla guida del Paese, sta diventando sempre più rara per lasciare spazio a esecutivi nei quali le maggiori forze politiche governano insieme, o a quei movimenti che aspirano a distruggere tutto per creare una totale novità in cui la propria idea governa nel silenzio delle altre. Se infine consideriamo l’uguaglianza in libertà come presupposto per la vita dei cittadini, lo stesso deve valere per i movimenti politici che li rappresentano, infatti nessuno può dirsi di avere più diritti di un altro a governare, e insultare l’avversario credendosi superiore.
Per concludere si può affermare che spetta a noi la scelta, se vogliamo una democrazia dobbiamo adeguarci a questi tre basici principi. Se invece decidiamo di voler abbandonare la partecipazione attiva, non acconsentire all’alternanza e smettere di sostenere l’uguaglianza possiamo tranquillamente rifugiarci verso una diversa forma di governo, magari una monarchica o un qualsiasi autoritarismo. Il pericolo più grande in Italia è che oggi le persone hanno smesso di scegliere, davanti ad una decisione preferiscono ritirarsi vigliaccamente e lasciare la scelta a coloro i quali “non cambieranno mai”, ben consapevoli essi stessi di non essere mai cambiati.

Emanuele Pinna

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